di Gerardo de Simone ed Emanuele Pellegrini
In un articolo apparso qualche mese fa su “Il Fatto Quotidiano” (Certosa di Pavia allarme nero, 29 settembre 2011), Gianni Barbacetto ha denunciato la gravissima situazione in cui versa la Certosa, un monumento la cui importanza non va certo sottolineata, tra «piccole sculture con le figure in marmo spezzate e portate via come souvenir», «strutture fatiscenti», intere aree «non visitabili». Non vogliamo entrare nel merito specifico della conservazione della Certosa quanto piuttosto rimarcare che, nell’economia di questa documentata denuncia, in cui pur si citano i principali attori (il Demanio dello Stato, il Ministero del Tesoro e i frati), la Soprintendenza non è mai menzionata. Non già per segnalarne meriti o demeriti, ma solo quale naturale rimando all’istituzione che, sul territorio, ha la responsabilità della tutela del patrimonio culturale italiano, chiunque ne sia il proprietario (a maggior ragione se si tratta di un bene statale). Dunque quella parte dell’amministrazione statale che avrebbe il potere di intervenire per far sì che tale situazione possa essere se non corretta, almeno arginata, e comunque documentata.

































