di Gerardo de Simone
ABSTRACT: Though the subject of important studies by Adolfo Venturi, Roberto Longhi and Federico Zeri, Lorenzo da Viterbo is still a neglected protagonist of Quattrocento Italian painting. This article has two main goals. First, it demonstrates Lorenzo’s authorship of the fresco cycles in the Orsini Palace at Tagliacozzo (Abruzzi) through investigations of their stylistic features and a new interpretation of the monogram visible on the columns that enframe the Famous Men painted in the loggia. The monogram refers not only to the patrons Napoleone and Roberto Orsini, as previously stated, but rather to the painter himself, LAURENTIUS. Secondly, it analyses in detail Lorenzo’s masterpiece, the decoration of the Mazzatosta Chapel in Viterbo. Besides the strong influence of Piero della Francesca, the frescoes reveal unnoticed relations to the Florentine artistic context (Andrea del Castagno, Maso Finiguerra, Alesso Baldovinetti, and Antonio del Pollaiolo – including a precocious quotation of the latter’s famous Battle of Nude Men), and surprisingly to some Sienese fourteenth-century sources. As for their iconography, an identification is proposed of the Servite saints in the soffits (Filippo Benizzi, Tommaso da Orvieto) and the partially concealed figures to the right of the Nativity, likely a representation of the patron Nardo Mazzatosta and the cardinal Niccolò Forteguerri.
“Uno spettabile cittadino, nominato Nardo Mazzatosta… di sua propria pecunia fe’ fare una onorevole cappella nella chiesa di Santa Maria della Verità ove sta la immagine di Nostra Donna, e pinta e ornata per mano di mastro Lorenzo figliolo di Jacopo di Pietro Paulo di Viterbo abitante presso alla porticella, la quale va alla chiesa della Trinità in piano di Santo Faustino” (Niccolò della Tuccia, Cronache di Viterbo)
“Grande invero, sebbene con tutta l’acerbezza della gioventù, nell’interpretare a suo modo i beni lineari e cromatici dei fiorentini a mezzo il ‘400, e in un modo dico vivace, furioso e prezioso di adolescente impettito e fantastico” (Roberto Longhi, Primizie di Lorenzo da Viterbo)
a Cristina, Livia e Lorenzo*
1. Lorenzo da Viterbo è stato, con Antoniazzo Romano, il massimo pittore laziale del Quattrocento. Tuttavia l’attenzione a lui prestata dalla critica è stata tardiva e discontinua: il suo nome e il suo capolavoro, il ciclo della cappella Mazzatosta, dopo la menzione coeva da parte del cronista Niccolò della Tuccia, compaiono nella letteratura artistica solo con gli eruditi e i conoscitori del XIX secolo (Séroux d’Agincourt, Rumohr, Rosini, Cavalcaselle)[1]. In seguito è stato oggetto di studi importanti quanto diradati nel tempo: da quello pionieristico di Corrado Ricci[2] al capitolo della Storia dell’arte italiana di Adolfo Venturi (1913)[3], dalle illuminanti intuizioni del Longhi (1926)[4] al resoconto di Cesare Brandi sul restauro degli affreschi Mazzatosta (1946)[5], dall’articolo di Zeri sulla pala di Cerveteri (1953)[6], fino ai contributi di Faldi[7] e Bentivoglio[8] nei primi anni Settanta, Strinati[9] e Pinelli[10] un decennio più tardi, Coliva nel ’94[11] e, recentissimo, Petrocchi[12]; in media uno o due ogni quindici anni. Ad oggi, non esiste una monografia dedicata all’artista: impresa certo assai ardua, in virtù delle pochissime opere a lui riferibili con certezza e della scarsità estrema di notizie documentarie, ma non per questo meno auspicabile.
La figura di Lorenzo necessita di una revisione critica attenta, al fine congiunto di individuare numeri ulteriori da annettere al suo scarno catalogo e di precisare le radici e l’essenza della sua arte in modo più pregnante di quanto non sia stato fatto finora. La complessità, la ricchezza, ma anche la discontinuità, talora spiazzante, dello stile di Lorenzo sono infatti all’origine della pluralità di referenti indicati dagli studiosi.
Già Cavalcaselle, che pure diede degli affreschi viterbesi una valutazione riduttiva, individuò la cifra di Lorenzo nel “giusto contemperamento” – sono parole del Longhi – “dei due elementi formativi, il benozziano e il franceschiano”[13]. Benozzo e Piero sono stati i due numi tutelari maggiormente evocati dalla critica successiva: l’uno in qualità di abile e prolifico ‘narratore’ di storie, nonché fedele divulgatore di una tradizione disegnativa schiettamente fiorentina in Umbria e nel Lazio; l’altro in quanto sommo esponente della pittura prospettica e “di luce”[14].
Benozzo era accessibile a Lorenzo nella stessa Viterbo: il ciclo con Storie di S. Rosa, dipinto nel 1453 e purtroppo distrutto nel Seicento – ne sopravvivono alcuni disegni preparatori e le modestissime copie del Sabatini –, costituì sicuramente la prima ‘palestra’ formativa del viterbese, e se ne possono ancora cogliere gli echi nei murali Mazzatosta (Fig. 1). Tuttavia l’ordinata paratassi benozzesca già da questo accostamento rivela tutta la sua insufficienza a fronte delle diverse e più articolate componenti dello stile di Lorenzo in termini di espansione formale e luminosa: alcuni confronti inediti (Figg. 2-4) con particolari del ciclo pierfrancescano di Arezzo sono oltremodo espliciti al riguardo, dagli ovali puri dei volti femminili al panneggio a pieghe dense e mosse di matrice donatelliana, che in Piero come in Lorenzo si accende di chiarità cromatica. Tali affinità rendono pressoché certa a queste date (1469) una conoscenza diretta da parte di Lorenzo degli affreschi aretini, e fors’anche una frequentazione del grande borghigiano da parte del viterbese, che avremo modo di argomentare meglio più avanti. La sintesi del grafismo benozzesco, fonte prima – ma certo non unica – dell’uso laurenziano della linea di contorno, e della luce pierfrancescana definisce dunque la cifra più profonda e autentica della pittura di Lorenzo, ma non la esaurisce, denotando l’artista al vaglio di un accorto scrutinio analitico una notevolissima curiosità figurativa, una ricettività agli stimoli sorprendente e differenziata.
Il corpus certo del pittore comprende appena, oltre agli affreschi viterbesi, la pala firmata e datata di Cerveteri (1472), resa nota da Zeri e oggi nella Galleria nazionale di Palazzo Barberini (Fig. 5), e un affresco mutilo raffigurante la Madonna col Bambino e due santi, nella stessa cittadina laziale (fig. 6)[15], pubblicato da Pinelli e la cui autografia, spesso messa in discussione, va invece ribadita pur se condivisa nelle parti più deboli con un assistente la cui mano è ravvisabile già nella cappella Mazzatosta[16].
Nel 1926 Roberto Longhi proponeva di individuare come “primizie” del pittore gli affreschi decoranti la cappella del palazzo Orsini di Tagliacozzo, nei quali gli echi pierfrancescani si sovrappongono a un sostrato ancora tardogotico che appare invece del tutto superato nel ciclo viterbese. L’efficacia del confronto, che merita riproporre, tra alcuni personaggi dell’Adorazione dei Magi di Tagliacozzo e gli astanti ritratti nello Sposalizio della Vergine Mazzatosta (fig. 7), ben sostanzia l’attribuzione degli affreschi marsicani a Lorenzo, tuttavia sovente confutata dagli studi successivi, a partire da Federico Zeri. Malgrado talune riabilitazioni recenti dell’attribuzione longhiana, la questione non è mai stata adeguatamente approfondita, restando aperta e dibattuta: merita pertanto riaffrontarla[17].
2. Il Palazzo Ducale di Tagliacozzo,"un palazzo che ha apparenza di fortezza” (Gregorovius)[18],il cui stato di protratto semi-abbandono costituisce uno dei casi più deplorevoli, e purtroppo meno noti, di mancata tutela di un bene culturale in Italia, fu costruito nel XIV secolo, poi ampliato e decorato nel secolo successivo[19]. Giannantonio Orsini, che ebbe confermata la contea marsicana da Alfonso d’Aragona nel 1442, promosse lavori monumentali sia all’adiacente chiesa dei SS. Cosma e Damiano che al palazzo: molti elementi architettonici (cornici di porte e finestre) di questo appaiono assai infatti simili al portale esterno del cenobio benedettino che reca la data 1452 e la firma del maestro lombardo Martino De Biasca[20]. Alla morte di Giannantonio nel 1456 iniziò una contesa per la successione tra Deifobo dell’Anguillara, marito della figlia del conte Maria Orsini, e gli eredi designati nel testamento del 1448, i fratelli Roberto e Napoleone Orsini, figli del signore di Bracciano Carlo e della sorella di Giannantonio, Paola. Dopo anni di lotte violente, invano sedate dal pontefice Pio II (che impose una tregua nel ’58), nel 1464 Paolo II assegnò la contea ai fratelli Orsini: la sua decisione fu confermata da Ferrante d’Aragona, il feudo marsicano rientrando nella giurisdizione del Regno di Napoli. Napoleone e Roberto, fratelli dei due insigni prelati Latino (cardinale) e Giovanni (abate di Farfa e arcivescovo di Trani) e zii di Clarice (sposa di Lorenzo il Magnifico nel 1469), furono due celebri e valenti condottieri, l’uno fido alleato di Federico da Montefeltro e capitano generale della Chiesa, l’altro al servizio degli Aragonesi, per i quali si distinse nelle battaglie di Sarno (1460) e di Troia (1462); Roberto, soprannominato il “cavaliere”, sposo di Caterina Sanseverino, sarebbe morto nel 1479, Napoleone, detto il “capitano”, l’anno dopo: dal suo matrimonio con Francesca Orsini nacque Gentil Virginio, suo erede nel feudo di Bracciano[21]. Il 1464 è stato in prevalenza indicato in bibliografia come terminus a quo per la decorazione del palazzo; tuttavia, come è stato notato[22], negli Statuti di Avezzano, già nel 1461 (il 23 settembre) Napoleone e Roberto sono indicati quali conti di Tagliacozzo ed Albe; il loro nome ricompare congiuntamente nel 1465, ’66, ’68, mentre nel 1470 (20 agosto) e fino al 1480 risulta signore il solo Roberto, verisimilmente per lo spostamento di Napoleone a Bracciano proprio nel 1470[23]. L’effettiva valenza giuridica è confermata dal fatto che tra il 1456 (ultimo documento in cui risulta conte Giovanni Antonio) e il ’61 l’autorità risulta un regio commissario (in due atti entrambi del ’58)[24]. A conferma di una presa di potere effettiva all’inizio del settimo decennio, segnalo come già nel gennaio del 1460 la cronaca di Niccolò della Tuccia riporta che “Napolione Orsino e il cavaliere suo fratello con le genti loro pigliorno il contado d’Alvi e gran parte delle terre del conte di Manieri e del contado di Tagliacozzo”[25].
Le fonti antiche indicano il solo Roberto quale committente architettonico e artistico del Palazzo: così Muzio Febonio (1597-1663), il primo a menzionare il palazzo e gli affreschi nell’Historia Marsorum (“il conte Roberto Orsini fece costruire un edificio di regale magnificenza per dimore dei cortigiani, con numerose stanze, con soffitti di legno intarsiato, e con notevoli affreschi”), e il suo continuatore Pietro Antonio Corsignani, nella Reggia Marsicana (“Palagio edificato a guisa di fortezza dal principe Roberto Orsini, con averlo fatto adornar di marmi, con vaghe dipinture”, 1738)[26]. Tale indicazione, variamente ripresa dall’erudizione locale tardo-ottocentesca e novecentesca[27], apparirebbe suffragata dall’iscrizione frammentaria sul portale di uno dei saloni del primo piano del palazzo: “[RO]BERTU[S COM]ES ET CAPITAN[EUS]”[28]. Gli ambienti del primo piano, oggi fatiscenti, erano un tempo riccamente decorati: la prima sala presentava un Guerriero a cavallo ad affresco, forse in origine affiancato da altre figure consimili, di cui resta traccia solo in fotografia (fig. 8)[29]; oltre che ai celebri modelli fiorentini (il Giovanni Acuto di Paolo Uccello e il Niccolò da Tolentino di Andrea del Castagno), e al cavaliere in armatura in primo piano nella Vittoria di Costantino su Massenzio di Piero ad Arezzo, esso fa pensare alla “imaginem regis [Alfonso d’Aragona] armati, equoque insidentis” dipinta in Castel Capuano a Napoli, testimoniata da Lorenzo Valla[30]; il legame dei feudatari Orsini con la Corona aragonese anche sul piano degli scambi artistici è comprovato peraltro da alcuni documenti e opere napoletani[31].
Il salone adiacente, nel quale campeggia un camino sormontato da stemmi Orsini dipinti sorretti da un buffo orso marsicano, mostra tuttora, pur se lacunoso, un notevolissimo apparato di prospettive illusionistiche, un finto portico trabeato a pilastri quadrangolari e paraste con fiorami e racemi, e specchiature marmoree policrome (fig. 9), che ha nella concezione e nella tipologia il termine di paragone più vicino nel salone degli Uomini Illustri di Villa Carducci a Legnaia di Andrea del Castagno (meno simile ma da ricordare è la decorazione a finto colonnato della Bibliotheca Graeca in Vaticano, realizzanta negli anni di Niccolò V, pure ipoteticamente riferibile al Castagno)[32].
Se queste testimonianze finora sono rimaste sostanzialmente ignorate e dunque estranee ad una articolata discussione storico-artistica, salendo al secondo piano si incontrano in successione, nell’ala di più recente edificazione, la loggia e la cappella, decorate con gli assai meglio noti cicli degli Uomini illustri e delle Storie di Cristo. Quando, dopo decenni di incuria, si procedette sul finire degli anni Settanta al restauro degli affreschi (1979-83), fu presa la decisione sciagurata di strappare gli Uomini illustri e la Crocifissione della cappella, e di spostarli nel Museo d’arte della Marsica al Castello Piccolomini di Celano (una realtà museale peraltro encomiabile)[33]: decisione doppiamente sciagurata, per la decontestualizzazione degli affreschi asportati e per il tragico abbandono di quelli rimasti in situ.
La cappella presenta, su di uno zoccolo decorato a girali di foglie e fiorami, l’Annunciazione sulla parete d’ingresso, la Natività a destra, l’Adorazione dei Magi e San Giovanni Battista a sinistra, la Crocifissione e figure di Profeti sulla parete di fronte. Finte colonne scanalate dipinte nei quattro angoli e ai lati della Crocifissione creano un ordito architettonico razionale e classicheggiante; le singole scene sono inoltre incorniciate da una bordura rossa, che, insieme con i tralci dello zoccolo e con i motivi fitomorfi stilizzati della trabeazione, producono un impaginato assimilabile a quello di un codice miniato o di un incunabolo decorato. L’uso di modelli grafici, specificamente fiorentini, da parte dell’artista è confermato e precisato dalla puntuale ripresa, rilevata da Collareta, del gruppo dei tre ‘sgherri’ dal ghigno caricato e dall’abbigliamento caratteristico, che compaiono sull’estrema sinistra dell’Adorazione dei Magi, da un celebre niello di Maso Finiguerra, raffigurante la Crocifissione, “con un sagace depistamento iconografico”(fig. 10)[34]. Un ulteriore indizio verso i protoincisori fiorentini è ravvisabile nella Natività: se infatti la disposizione delle figure nella scena principale echeggia la composizione affrescata dall’Angelico nella cella 5 di San Marco (un modulo poi verisimilmente divulgato da Benozzo in Italia centrale, ad esempio nella però variata predella della pala di Montefalco), le due scene coi pastori nei margini superiori derivano alla lettera da un’incisione fiorentina, classificata come anonima ma certo vicina all’ambito di Finiguerra (fig. 11), nella quale invece la Natività propriamente detta mostra tutt’altra foggia[35], ribadendo una ricezione articolata e non passiva dei modelli da parte del pittore di Tagliacozzo. Spostandoci all’affresco – purtroppo asportato, si spera non per sempre, nel Museo di Celano – della Crocifissione,innervata di tensioni lineari e forzature espressive, le affinità indubbie con un’altra incisione fiorentina, però più debole e grossolana, e seriore, mi sembra che depongano a favore di un modello comune quantomeno assai simile, tradotto dall’incisore con lectio facilior, forse pollaiolesco ove si rammenti la tavola perduta ma nota in fotografia che costituisce il primo numero noto del catalogo di Antonio del Pollaiolo[36]; l’incorniciatura architettonica a colonnine, sopra rammentata, si ritrova in una rara incisione dell’Incoronazione della Vergine, circondata da altre Storie, derivante da Finiguerra (fig. 12)[37]. La figura di Giovanni Evangelista, dai riccioli scompigliati e dai denti digrignanti in una smorfia di dolore, si apparenta a esempi consimili fulignati (Niccolò Alunno, Pietro Mazzaforte, Pierantonio Mezzastris: si veda in particolare la Crocifissione affrescata nella cappella di Cola dalle Casse in S. Maria in Campis)[38], con i quali condivide l’interpretazione fortemente patetica del modello benozzesco.
Venendo infine all’Annunciazione (fig. 13), si noti anzitutto la soluzione ingegnosa e raffinata di vergare il testo della salutatio angelica sulla cornice della porta, a mo’ di epigrafe all’antica (anche nella grafia in capitale semi-umanistica)[39]; le paraste a capitelli compositi ionico-corinzi discendono da prototipi brunelleschiani (già impiegati nello Spedale degli Innocenti)[40], in particolare se ne rinvengono di assai simili nella Sacrestia delle Messe del Duomo di Firenze, specie nei due simmetrici arredi marmorei del lavabo (opera del Buggiano, 1442-45) e dell’armadio (realizzato almeno in parte da Mino da Fiesole, 1464-65)[41]. Più in generale l’intero apparato delle tarsie lignee della Sacrestia fiorentina offre non secondari confronti con l’impaginato architettonico e il vocabolario ornamentale di entrambi i cicli del Palazzo Orsini (fig. 9); l’équipe artefice della seconda e conclusiva campagna decorativa della Sacrestia (1463-68), guidata da Giuliano da Maiano e includente suo cognato Maso Finiguerra (morto nel ’64), Alesso Baldovinetti e probabilmente Antonio Pollaiolo[42], individua dei referenti essenziali per la cultura dell’artista di Tagliacozzo e, come vedremo, della Cappella Mazzatosta a Viterbo.
La Vergine inginocchiata e a mani giunte – posa tipica dell’Adorazione del Bambino più che dell’Annunciazione, altro segno di sperimentalismo iconografico – è la trascrizione fedele di quella adorante il Bambino dipinta da Filippo Lippi per la cappella di Palazzo Medici a Firenze (oggi nella Gemäldegalerie di Berlino, 1459 c.), fino in particolari quali le dita unite solo a mezzo dei polpastrelli e il panneggio ritmato a pieghe triangolari (Fig. 14)[43]; fedeltà sul piano disegnativo, in quanto il prototipo lippesco ha una grazia di modellato e di velature di colore estranea all’artefice orsiniano, che usa invece tinte più sorde e opache, racchiuse in modo diligente entro la linea di contorno: tali differenze, non giustificabili dalla diversità tecnica (la tempera su tavola rispetto all’affresco), indirizzano invece anche in questo caso verso l’utilizzo di un modello grafico piuttosto che pittorico. Come notò Longhi, lo scenario architettonico in prospettiva dell’Annunciazione di Tagliacozzo corrisponde a quello dell’Annunciazione affrescata in S. Saba a Roma (fig. 15), recante la data (1463) e il nome del committente (il cardinale senese Francesco Todeschini Piccolomini)[44]; ne segnalo peraltro un’ulteriore, letterale ripresa nell’Annunciazione miniata nel Breviario 81 dell’Archivio Capitolare di S. Pietro, datato 1467 (fig. 16)[45]. Non potendo evidentemente la derivazione leggersi che dal centro verso la periferia, essa fornisce un prezioso post quem per il ciclo Orsini. Il punto di stile, al di là delle affinità di superficie, è invece diverso: l’impronta benozzesca domina incontrastata nella basilica romana – e il riscontro più marcato è con l’Annunciazione licenziata nello stesso 1463 dal pittore fiorentino a Certaldo –, mentre a Tagliacozzo essa si combina con altre e più importanti influenze. Gli affreschi di S. Saba, largamente trascurati dalla critica, includono la fascia decorativa con girali fitomorfi (pure simili a quelli di Tagliacozzo) e tondi con busti di Profeti e stemmi Piccolomini che si diparte dall’Annunciazione e corre sul bordo superiore delle pareti della navata; pur con la cautela che impongono al giudizio le pesanti ridipinture (chissà se e quanto rimediabili da un restauro), ritengo che l’invalso anonimato attributivo possa risolversi, come già pensava Berenson[46], a favore di Antoniazzo Romano, di cui costituirebbero una rara “primizia”, precedente di un anno la Madonna di Rieti, e posteriore di qualche anno all’affresco frammentario dei SS. Domenico e Sisto raffigurante la Madonna col Bambino e angeli reggicortina, generalmente assegnato a Benozzo, ma ben restituito al pittore romano da Luciano Bellosi[47]. I confronti migliori per le pitture di S. Saba con opere dell’Aquili sono con gli angeli affrescati nell’abside della cappella Bessarione ai SS. Apostoli (1464-65 c.,fig. 17)[48] e con l’Annunciazione del Pantheon (1472 c., fig. 18): nell’un caso la contiguità è cronologica e stilistica insieme, nel secondo è sintomatico il permanere della posa delle figure, pur nella diversa ormai volumetria e luminosità pierfrancescana[49]. La peculiarità dell’uso di una linea di contorno a circoscrivere campiture chiare e uniformi si ritrova inoltre nel ciclo antoniazzesco di Tor de’ Specchi (1468).
La ripresa degli affreschi di S. Saba a Tagliacozzo è rivelatrice dei rapporti tra i due astri nascenti della pittura romano-laziale, affacciantisi sulla scena nel settimo decennio, cioè appunto Antoniazzo Romano e Lorenzo da Viterbo (la cui responsabilità nell’impresa abruzzese sarà più avanti argomentata): rapporti che non furono occasionali né superficiali, ma intensi e reciprocamente influenti, nascendo in sostanza Antoniazzo come portavoce di Benozzo e Lorenzo come portavoce di Piero (con buone probabilità di frequentazione delle rispettive botteghe), e condividendo entrambi una esperienza, verisimilmente non solo indiretta, del contemporaneo milieu artistico fiorentino[50].
La figura dell’Angelo annunciante è la più bella tra quelle oggi visibili a Tagliacozzo, “pur tra le incertezze di esecuzione del giovanissimo provinciale” (Longhi): aitante e volitiva, definita da una linea energica ed elastica (culminante nel mantello schioccante dietro la schiena). Il termine di paragone più stringente è costituito dal San Luca affrescato nella volta della cappella d’Estouteville di S. Maria Maggiore (figg. 19-20): pressoché identiche la trama del panneggio a sigle triangolate, la gamma tonale, la chioma bionda dai riccioli cesellati, mentre il volto tornito e fiero dell’Evangelista si confronta bene, nei lineamenti incisi e nello sguardo tagliente, anche con il San Giovanni Battista effigiato sulla destra dell’Adorazione dei Magi (fig. 20)[51]. Le dita leziosamente divaricate e scalate in prospettiva dell’Angelo, specie quelle della mano destra, si apparentano invece a quelle dell’altro Evangelista ancora visibile nella volta d’Estouteville, il San Marco[52]. Il riferimento a Piero della Francesca degli affreschi di S. Maria Maggiore, unica sopravvivenza dell’artista nell’Urbe, è merito di Roberto Longhi; la critica successiva ha spesso preferito pensare ad un’opera di collaborazione, sul disegno nitidamente pierfrancescano apparendo ad alcuni un’esecuzione caricata tale da chiamare in causa un assistente del maestro, in genere identificato con Giovanni di Piamonte per l’analogo marcato linearismo delle parti a lui ascrivibili nel ciclo di Arezzo[53]. Se si ammette l’intervento di quest’ultimo, la cronologia della cappella romana non può che cadere entro il 1455, visto che il Piamonte opera come maestro autonomo a partire dall’anno successivo; qualora invece, come sarei più propenso a credere, la mano dell’eventuale collaboratore di Piero fosse identificabile con quella di Lorenzo da Viterbo (cui in passato erano stati attribuiti gli affreschi)[54], nato non prima del 1444, allora la datazione si sposterebbe necessariamente al 1459, anno in cui Piero è documentato a Roma per decorare le Stanze vaticane, immaginando al suo fianco il giovanissimo ma talentuoso garzone viterbese, dunque con un rapporto di alunnato al quale già pensava Battisti[55]. A favore di questa seconda ipotesi sta la maggiore compatibilità degli Evangelisti d’Estouteville con le prove certe di Lorenzo (a Tagliacozzo e a Viterbo), rispetto alle opere autonome di Giovanni di Piamonte quali la pala di Città di Castello del 1456 (che tradisce un certo impaccio spaziale assente invece in Lorenzo)[56].
L’Angelo annunciante della cappella Orsini ricompare, più anziano di una diecina d’anni, tra gli apostoli che assistono all’Assunzione della Vergine nella Cappella Mazzatosta (fig. 21); un altro apostolo, dalla lunga barba appuntita, richiama invece da vicino – ma con rapporto di età invertito – il Mago inginocchiato nell’Adorazione dei Magi di Tagliacozzo (fig. 22)[57]. Tali accostamenti, uniti a quello già proposto da Longhi sopra illustrato (fig. 7) depongono a favore della paternità di Lorenzo da Viterbo degli affreschi marsicani, nei quali il pittore appare stilisticamente più acerbo rispetto alla straordinaria maturità espressiva ostentata nel ciclo viterbese.
Prima di procedere con l’analisi della loggia degli Uomini Illustri – dove troveremo la prova decisiva dell’autografia di Lorenzo – è bene soffermarsi sui personaggi dell’Adorazione dei Magi, la cui qualità ritrattistica ha sempre colpito gli osservatori: se i Magi propriamente detti sono semplicemente differenziati per età dal più anziano al più giovane (non nascondono dunque dei cripto-ritratti, come si è talora ipotizzato)[58], le rimanenti quattro figure appaiono invece dei ritratti a pieno titolo (fig. 23). Il personaggio incoronato sulla destra non può che essere un re: la logica imporrebbe di pensare a Ferrante d’Aragona, che aveva confermato ai due fratelli Orsini la contea di Tagliacozzo ed era stato incoronato dal loro fratello Latino a Barletta nel 1459 (evento più tardi immortalato da Benedetto da Maiano nel gruppo scultoreo oggi al Bargello)[59]; tuttavia la sua giovane età (era nato nel 1441) è incompatibile con quella ben più avanzata (all’incirca doppia) della figura affrescata, per cui si potrebbe pensare ad un omaggio postumo al padre Alfonso, morto nel 1458 a sessantaquattro anni; la corona corrisponde a quella indossata dal Alfonso e da Ferrante nelle rispettive testimonianze ritrattistiche (a cominciare dalle celebri medaglie alfonsine di Pisanello)[60], certificando l’omaggio alla monarchia aragonese, tuttavia l’assenza di affinità fisionomiche stringenti (nell’affresco mancano il caratteristico naso aquilino e la tipica acconciatura à carré) non autorizza un’identificazione certa[61]. Quanto alle altre figure, quella più giovane che fa capolino in terza fila, al centro, occhieggiando lo spettatore con sguardo vivace, attento e curioso, ben si presta, come è stato già osservato, ad essere interpretato come autoritratto del pittore, ventenne o poco più al tempo della commissione. I due gentiluomini alla sua sinistra sono invece gli indiziati più plausibili quali ritratti di Napoleone e Roberto Orsini: il confronto con le loro uniche effigi certe, illustrate nell’Historia di casa Orsina di Francesco Sansovino (1565), si rivela interessante anche se non probante, le peculiarità fisiognomiche di entrambi si mostrano compatibili, ma con differenze che possono spiegarsi con la distanza temporale e geografica (l’incisore cinquecentesco attingendo ad evidenza a prototipi diversi dagli affreschi di Tagliacozzo, e forse non di prima mano – fig. 24).
Prima di lasciare la cappella, è d’uopo menzionare i rettangoli paesistici verticali che intercalano le figurazioni maggiori, che ricordano quelli analoghi, certo ben più rifiniti ed ‘ornati’ di quelli così ‘compendiari’ di Tagliacozzo, sulle pareti brevi della cappella Medicidi Benozzo a Firenze (1459); e il Redentore benedicente effigiato nel sottoporta (fig. 25), che mostra un umore espressivo e un linearismo ancora in essenza goticheggiante tali da farlo ritenere di una mano diversa, verisimilmente di un collaboratore locale al quale certo non era estranea l’arte di Andrea Delitio, il pittore originario di Lecce dei Marsi che giusto in quegli anni era ad Atri intento a realizzare il suo opus magnum[62]. A questa stessa mano credo che si possano accostare le opere a suo tempo indicate da Zeri come affini alle pitture del Palazzo Orsini, in S. Maria della Febbre a Rocca di Botte e in S. Cosimato tra Vicovaro e Mandela[63].
Veniamo ora alla loggia degli Uomini illustri, oggi solo mentalmente apprezzabile nella sua integrità pittorico-architettonica, gli affreschi essendo stati strappati e traslati a Celano, e giacendo la loggia (come tutto il resto del Palazzo) in condizioni di pietoso abbandono. L’iconografia del ciclo ha ricevuto decisivi chiarimenti da due contributi recenti di Paola Grassi e Daniela del Pesco[64]: la prima si è avveduta che i personaggi rappresentati, quasi tutti identificabili, derivano in modo puntuale dal ciclo, assai più ampio, della Cronaca universale che decorava il distrutto Palazzo Orsini di Montegiordano a Roma, commissionato dal cardinale Giordano Orsini (zio di Napoleone e Roberto) ed eseguito da Masolino da Panicale (1429-32), il cui aspetto è tramandato da alcuni celebri codici[65]; la seconda ha elaborato la ricostruzione più convincente della configurazione originaria (fig. 26), riducendo a sedici il numero totale delle figure (di contro alle ventidue conteggiate da altri studiosi), sulla base della coerenza prospettica dell’insieme e dell’inserimento armonioso degli affreschi tra le porte che si aprono sulla loggia.
L’aspetto più originale e impressionante risiede proprio nell’ordito architettonico, calibratissimo e riccamente decorato secondo i canoni del classicismo fiorentino. Le figure non sono semplicemente affacciate su una soglia illusiva, e non si stagliano su di un fondo neutro, come nei cicli di Montegiordano, di Andrea del Castagno a Legnaia (che pure costituisce il raffronto più significativo sul piano dell’impaginato prospettico) e di Giovanni Boccati a Urbino; sono invece inquadrate da nicchie a valva di conchiglia (alternativamente gialle e verdi, estroflesse sui lati corti, introflesse sul lato lungo) su colonne[66], a loro volta incorniciate da un ornatissimo apparato di paraste sormontate da una trabeazione con festoni e stemmi Orsini. L’insieme è scandito da una metrica precisa e razionale – coordinata con gli intercolunni esterni – avente come unità di base (larga circa due metri) una ‘campata’ di due nicchie, dunque una coppia di figure, racchiusa dalle paraste. La coerenza prospettica è confermata dal tracciato dei pavimenti: sulle due pareti corte, occupate da quattro nicchie ciascuna (a sud, al confine con la cappella, Giulio Cesare-Ottaviano Augusto e Ovidio Nasone-Marco Varrone, fig. 27; a nord un personaggio ammantato con berretto e cartiglio (forse Catone Uticense), due figure oggi a mezzo busto in conseguenza dall’apertura dell’elegante portale ‘martiniano’[67], e Bruto primo console), l’asse di simmetria cade sulla parasta centrale, mentre sulla parete ovest, in origine forata da tre porte (cui se ne aggiunse una quarta in epoca Colonna), si contavano quattro ‘campate’ (fig. 26): una facente parte per sé stessa (Scipione e Flaminio, fig. 28), con prospettiva centrata sulla colonna di mezzo, le restanti tre concepite come uno spazio unitario (la campata centrale è andata perduta, a sinistra si vedono Pentesilea e Troilo, fig. 29, a destra sopravvive il solo Alessandro il Macedone)[68]. La tipologia della nicchia a colonne serrata tra lesene o paraste ha come prototipo la nicchia donatelliana della Mercanzia a Orsanmichele; come esempi più vicini al loggiato di Tagliacozzo possono indicarsi le splendide miniature del Pesellino per il codice dei Punica di Silio Italico eseguito per Niccolò V (fig. 30)[69], e più ancora, mi sembra, le nicchie che scandiscono l’Arco di Alfonso d’Aragona in Castelnuovo a Napoli (fig. 31), affrontate a due a due nel fornice interno, in sequenza di quattro (occupate da statue di Virtù) nell’ordine superiore del prospetto[70]. Che Napoleone e Roberto Orsini chiedessero al loro pittore di prendere a modello il monumento celebrativo per eccellenza della monarchia aragonese, di cui erano feudatari, sarebbe peraltro del tutto logico.
La fedeltà iconografica degli Uomini illustri al ciclo masoliniano di Montegiordano implica una programmatica continuità di autorappresentazione ideologico-culturale del casato Orsini, che a Tagliacozzo si concentra nella celebrazione combinata delle virtù politico-militari e di quelle culturali dei due committenti, secondo uno schema binario (vita attiva/vita contemplativa) canonico nelle figurazioni degli Uomini illustri[71]. A livello stilistico i danni arrecati dal tempo e dall’incuria compromettono alquanto un’adeguata valutazione (i volti ad esempio sono in gran parte abrasi); tuttavia l’ascendente fiorentino che abbiamo già rilevato nell’esaminare le pitture della cappella trova conferma anche nel loggiato: nello spiccato linearismo, nell’uso di un vocabolario classicista, nell’applicazione della prospettiva. Si osservi poi nel particolare come la figura della regina delle Amazzoni, Pentesilea (fig. 29), sia assai simile in dettagli rivelatori quali l’abito all’antica mosso in caratteristici svolazzi, all’Amazzone tratteggiata da Maso Finiguerra o da un suo stretto seguace nella celebre Cronaca fiorentina di Londra (fig. 32)[72]. Ciò valga, in aggiunta ad altri elementi sintomatici come i reticolati prospettici dei pavimenti (nel loggiato e nell’Annunciazione della cappella) a certificare la comune paternità dei due cicli, spesso in passato negata o messa in discussione[73].
Un dettaglio all’apparenza marginale della decorazione del loggiato è costituito da un monogramma che si ripete sulle colonne che inframezzano le figure (la ripetizione ne evidenzia di per sé il ruolo non secondario): tale monogramma, ancora in parte visibile ma più chiaramente leggibile in riproduzioni fotografiche precedenti lo strappo (fig. 33), è stato unanimente interpretato in riferimento ai due committenti. Margaret Jackson, la prima studiosa a pubblicare gli affreschi di Tagliacozzo (sotto l’egida di Adolfo Venturi), segnalò le otto occorrenze di questo monogramma, composto di più lettere sovrapposte, sciogliendolo così: “Na, Napoleone; Est; et, e R., Roberto; V., Ursinus”[74]. Tale lettura, riportata come “N A E T R U” o “N E R U” è stata ribadita dalla critica successiva[75]. In realtà lo studio della Jackson, al di là del suo valore pionieristico, è nel complesso tutt’altro che impeccabile e spesso approssimativo o superficiale; ciò malgrado è stato in seguito passivamente ripreso in molti punti, ad eccezione dell’attribuzione ad Andrea Delitio, confutata una volta per tutte da Longhi. Riosservando con occhio vergine e attento il monogramma, si possono identificare abbastanza agevolmente tutte le lettere, ingegnosamente sovrapposte, che compongono il nome LAURENTIUS: L, E, N, T, I mostrano una grafia ortodossa; A ed U risultano in parte inclinate in quanto sfruttano la barra trasversale della N; quelle meno percepibili di primo acchito sono la R, delineata nella zona d’ombra sulla destra, e la S, espressa dal prolungamento diagonale del tratto superiore della T in alto a destra; inoltre, considerata l’intercambiabilità V/U, si può ragionevolmente supporre che sia sottintesa anche l’iniziale del patronimico Viterbiensis. Tale lettura, che mi è stata autorevolmente confermata[76], fornisce l’indizio probante che ancora mancava per l’assegnazione a Lorenzo da Viterbo degli affreschi di Tagliacozzo; la firma dell'artista risulta dunque cripticamente combinata con le iniziali dei committenti, con una soluzione di raro ingegno epigrafico che omaggia insieme i conti Orsini e l'autore degli affreschi magnificanti le loro virtù. Se si confronta il monogramma con la firma L. V. che compare nella cappella Mazzatosta (fig. 34), e con quella per esteso LAURENTIUS IACOBI DE VITERBIO nella pala oggi Barberini (fig. 35), si noterà la continuità nell’evoluzione dalla capitale umanistica ancora ibrida di elementi goticheggianti di Tagliacozzo a quella invece più matura e compiuta sul piano antiquario-epigrafico delle opere laziali; altrettanto e forse più importante, se ne evince l’orgogliosa volontà di autopromozione del proprio nome da parte del giovane pittore, ventenne o poco più nel ciclo più antico, venticinquenne a Viterbo, ventottenne a Cerveteri[77]. Un’alta coscienza di sé che si accorda assai bene con l’aggiornamento culturale sulle fonti figurative più moderne, frutto insieme di curiosità intellettuale e di ambizione artistica, che abbiamo osservato nel Palazzo Orsini e che ora esamineremo nella cappella viterbese[78].
3. Se l’attribuzione longhiana a Lorenzo ha incontrato resistenze ciò è dovuto non solo al carisma di Zeri, ma soprattutto al fatto che tra le due imprese di Tagliacozzo e della Cappella Mazzatosta la maturazione stilistica dell’artista è obiettivamente straordinaria: i residui di goticismi nelle triangolature compositive, in certi anchements lineari ed umori espressivi cedono il passo a Viterbo ad una piena conquista dello spazio razionalmente misurato e scalato in profondità, ad un dominio più maturo delle leggi prospettiche, applicate a Tagliacozzo con un virtuosismo esibito e talora un po’ naïf tipico di un esordiente bramoso di mostrare il proprio valore ed aggiornamento anche se inevitabilmente ancora acerbo e a tratti insicuro. Nella commissione più tarda il possesso della forma si fa più saldo, i volumi acquistano peso e consistenza, i gesti diventano ponderati e pausati, i gruppi di figure sono concatenati con una sintassi complessa e plausibile. Tale processo di accrescimento ebbe luogo nel giro di pochi anni, dal momento che l’impresa marsicana non può arretrare prima del 1464-65 c. e il cantiere viterbese è datato nell’epigrafe al 1469, che indica la conclusione di un lavoro verisimilmente iniziato almeno un anno prima: Niccolò della Tuccia afferma infatti di essere stato ritratto il giorno 26 aprile, e lo Sposalizio della Vergine è in genere ritenuto l’affresco conclusivo del ciclo in virtù della sua più evoluta cifra stilistica[79].
Il ciclo di Storie della Vergine, come già quello cristologico della cappella di Tagliacozzo, non segue una successione lineare: inizia sulla parete sinistra in alto con la Presentazione di Maria al tempio, scende allo Sposalizio, rimbalza sulla parete di fronte con l’Annunciazione (sopra) e la Natività (in basso), si conclude sulla parete di fondo con l’Assunzione. La volta a crociera presenta in ciascuno spicchio un Evangelista in mezzo, ai lati un Padre e un Dottore della Chiesa, in alto un Profeta sormontato, in prossimità del centro, dal simbolo dell’Evangelista sottostante (Fig. 36): i tre livelli si dispongono a formare tre cerchi concentrici unificando l’intera campitura celeste (punteggiata di stelle), eludendo la divisione architettonica (come già nella Cappella Niccolina dell’Angelico e in quelle benozzesche, da questa derivate, di Montefalco e San Gimignano). Il sottarco d’ingresso presenta, incorniciati da nicchie: in basso, a figura intera, i due santi serviti (ordine di pertinenza della chiesa di S. Maria della Verità) più legati all’area viterbese, a sinistra il Beato Antonio da Viterbo (vissuto alla fine del XIV secolo) identificato dall’iscrizione, a destra il Beato Tommaso da Orvieto (m. 1343), riconoscibile dall’attributo del ramo di fico (fig. 37)[80]; a salire, in successione e a mezza figura, i profeti Balaam, Samuele, Geremia, Eliseo, Zaccaria, riconoscibili dai cartigli, ancorché frammentari[81]. Altri due santi serviti, inseriti entro edicole di grande sofisticazione architettonica (nicchia a conchiglia, timpano, torricine laterali con coronamento a bifora trilobata e piramide, cupola e lanterna-tempietto sormontata da globo e croce), si fronteggiano nel vano della finestra aperta tra Gabriele e Maria: quello di sinistra, l’unico oggi ben conservato, è identificabile dal motto sul libro (“Servus tuus sum ego et filius ancillae tuae”, fig. 38) con il più illustre dei Servi di Maria, Filippo Benizzi, mentre l’altro è assai rovinato e lacunoso.
Nella volta, le fasce decorative dei costoloni sono punteggiate da testine-ritratto, variate per età, posa ed espressione, eredi di quelle analoghe nella cappella di S. Brizio ad Orvieto, e come quelle documentanti le varie mani degli assistenti del maestro, che se ne riservò qualcuna oggi immediatamente riconoscibile per la superiore qualità.
Particolarmente interessante, in quanto non canonica, è la scelta dei Dottori della Chiesa che fanno da pendant ai Padri latini (Gregorio Magno, Agostino, Girolamo, Ambrogio) ai lati degli Evangelisti, pertinenti ad epoche e ambiti culturali diversi: San Pier Damiani, Beda il Venerabile, Bernardo di Chiaravalle, Giovanni Crisostomo. Se quest’ultimo era già presente, con Atanasio, a evocare la cristianità orientale, nella Cappella Niccolina, e con altri tre Padri greci nella cappella Bessarione ai SS. Apostoli[82] – i due cicli veicolando un forte messaggio unionista, soprattutto il secondo[83] – stupisce che la presenza di Bernardo non sia stata finora messa in relazione con il committente, Bernardo alias Nardo Mazzatosta[84]. Ricco mercante, Nardo apparteneva ad un importante casato viterbese che, pur mantenendo a Viterbo uno splendido palazzo[85], a partire da suo padre Tuccio aveva eletto Roma come centro di attività e di residenza principale (e ciò illumina anche sugli orizzonti culturali e artistici della famiglia), ottenendo incarichi di prestigio (Nardo fu castellano di Civitavecchia nel 1434 per conto di suo fratello Bartolomeo, tesoriere e doganiere pontificio sotto Eugenio IV)[86]. Appare logico cercare il ritratto di Nardo – che a differenza del fratello ebbe un notevole radicamento nella città d’origine, ricoprendovi importanti cariche pubbliche[87] – nella sua cappella in asse con la splendida figura del santo di Chiaravalle, assiso e intento alla scrittura (fig. 39): nella porzione di parete sottostante, e più precisamente nella Natività, sulla destra, in prossimità dell’ingresso alla cappella, assistono alla scena due figure (qualcun’altra si intravede dietro ad esse), purtroppo rovinatissime, riconoscibili dagli abiti in un elegante borghese, intento a mostrare l’episodio sacro (e, in extenso, l’intera cappella) al porporato alla sua sinistra (fig. 40)[88]. Il primo è l’indiziato più probabile di raffigurare il committente (i corti capelli bianchi che si intravedono sotto la berretta rossa sono compatibili con l’età di sessant’anni circa che aveva Nardo Mazzatosta nel 1469)[89]; il secondo, che appare senza ombra di dubbio un cardinale[90], potrebbe identificarsi con il pistoiese Niccolò Forteguerri, già molto legato a Pio II, che dal 1465 in avanti scelse Viterbo come città di residenza (fino a morirvi nel 1473), erigendovi un palazzo monumentale con un grande giardino con fontana e peschiera annesso alla chiesa di S. Sisto[91]. Personaggi tra i più in vista della Viterbo del tempo e attivi mecenati in campo edilizio e artistico, il cardinale di Teano e Nardo Mazzatosta verisimilmente si conobbero e frequentarono; l’inclusione del Forteguerri nell’affresco è resa tanto più credibile dall’incondizionata benevolenza che seppe conquistarsi presso i cittadini di Viterbo, testimoniata a più riprese dal della Tuccia[92]. Lo stato di conservazione dell’affresco non consente di sbilanciarsi, ma quel che si scorge della fisionomia e del profilo (naso appuntito, mento rientrante) si confronta favorevolmente con l’effigie del Forteguerri giacente scolpita da Mino da Fiesole in S. Cecilia in Trastevere (il sepolcro fu eretto in sua memoria nel 1474-75 c. per volere dei fratelli)[93] e con quella del bozzetto verrocchiesco per il cenotafio nella Cattedrale di Pistoia (1476, oggi al Victoria and Albert Museum, fig. 41)[94]. Si rammenti d’altra parte che il porporato, in qualità di legato papale, aveva guidato con successo le campagne papali contro i Savelli in Sabina, contro i Malatesta di Rimini e contro gli Anguillara, coordinando condottieri quali Federico da Montefeltro e Napoleone Orsini: il suo accertato e protratto legame con i conti di Tagliacozzo (dove soggiornò nel 1461) risulterebbe oltremodo interessante ove si riconosca il suo ritratto nella cappella Mazzatosta, al punto da far ipotizzare un suo possibile ruolo di mediazione nelle opportunità di lavoro offerte a Lorenzo da Viterbo nella Marsica e in patria[95].
L’abito cardinalizio e la fisionomia rendono d’altra parte impraticabili identificazioni alternative sia con il vescovo di Viterbo Pietro di Francesco Gennari (nato nel 1407, vescovo dal 1460 alla morte nel ’72), ritratto “in tutta la sua decrepitudine”, en abîme, e con un sontuoso piviale, da Liberale da Verona nella pala col Redentore e santi dipinta nel 1472 per il Duomo di Viterbo[96]; sia con Niccolò Perotti (nato intorno al 1430), segretario del Bessarione e arcivescovo di Siponto, che fu Rettore papale di Viterbo dal 1464 al 1469: grande umanista, ma assai carente come amministratore, il suo quinquennio viterbese si concluse con la cacciata dalla città a furor di popolo – l’esatto contrario dell’“amore di tutti i cittadini Viterbesi” (della Tuccia) verso il Forteguerri – il 17 aprile, vale a dire pochi giorni prima che Lorenzo concludesse, il 26 aprile, lo Sposalizio della Vergine con i ritratti di “molti giovani cavati di naturale” e dell’ “omo antico d’età, d’anni sessanta otto e mezzo o circa”, Niccolò della Tuccia (fig. 42)[97].
Il Perotti è stato evocato da una parte della critica non in riferimento alle due figure qui discusse (che in virtù della loro condizione sono sempre rimaste nell’oblio) ma in ragione del presumibile coinvolgimento dell’umanista nell’impresa decorativa della cappella Bessarione ai SS. Apostoli, nella quale alcuni studiosi (Lollini, Coliva) hanno riconosciuto l’intervento di Lorenzo da Viterbo[98]. La cronologia della cappella (1464-67 c.) coincide in parte con quella più probabile di Tagliacozzo, lasciando aperto uno spiraglio per la partecipazione del pittore viterbese nella fase più avanzata, intorno al 1466-67 c., dopo l’impresa Orsini e prima di quella Mazzatosta[99]. Non è possibile in questa sede riaffrontare in dettaglio la questione del sacello bessarioneo: fino a prova contraria, ritengo che la paternità antoniazzesca, benché spesso messa in dubbio, sia supportata anche dai dati di stile, oltre che attestata dai contratti; anche se è evidente che, come farà di lì a poco a Tor de’ Specchi (1468), l’Aquili si valse di collaboratori cui spettano le parti più deboli. Pur escludendo un intervento diretto di Lorenzo, l’evocazione di quest’ultimo è giustificata dal fatto che gli affreschi superstiti documentano il momento di massimo avvicinamento tra Antoniazzo e il viterbese: una tangenza evidente nel vigoroso linearismo, nella grinta fisiognomica, nella curiosità per il vocabolario architettonico e scultoreo protorinascimentale toscano, tutti tratti tipicamente laurenziani che l’Aquili fa propri, moderandoli con la sua distintiva astanza fisica e con il suo senso compositivo più pausato e disteso. Nei lavori successivi alla cappella (a partire dal trittico di Subiaco del 1467, le cui figure ben si confrontano con quelle delle Storie di san Michele nei SS. Apostoli) l’Aquili mostrerà una maturazione in chiave pierfrancescana per la quale fu probabilmente decisiva la mediazione di Lorenzo, che con Piero si era formato, mentre Antoniazzo era nato integralmente benozzesco, come abbiamo visto (SS. Domenico e Sisto, S. Saba, Rieti)[100]. Anche Lorenzo ebbe la sua controparte: rispetto a Tagliacozzo, nella cappella Mazzatosta le figure più appiombate, le movenze più controllate, le cadenze più salde e solenni del comporre, il superamento di certi grafismi tesi e nervosi, dunque dell’ancoraggio alla superficie, in favore di una conquista piena della profondità, sono caratteri che si spiegano anche con una ricezione proficua della gravitas antoniazzesca. Ma soprattutto, va sottolineato, si spiegano con un rinnovato, più conseguente aggiornamento pierfrancescano, che non può prescindere da una visione diretta degli affreschi di Arezzo, come i confronti mostrati in apertura attestano in modo inequivocabile (figg. 2-4). Che Lorenzo si sia spinto verso il 1466-67 circa in Toscana, non solo ad Arezzo sulle orme di Piero, ma anche a Firenze e a Siena, è suggerito della ricchezza di referenti figurativi che si riscontra, come vedremo, nella cappella viterbese[101].
È stata concordermente osservata dai commentatori l’incostante tenuta stilistica della decorazione della cappella, deducendone una distinzione di autografia fin troppo severa, secondo cui a Lorenzo spetterebbero al cento per cento unicamente la parete con lo Sposalizio e la Presentazione, la porzione di volta soprastante col San Luca, e gli Apostoli dell’Assunzione; il suo ruolo nel resto della cappella sarebbe di supervisore, fornitore di disegni eseguiti da altri, se non addirittura assente dal cantiere in determinati lassi di tempo[102]. Non c’è ragione di dubitare che l’intera decorazione sia stata ideata e progettata da Lorenzo; ma anche il suo intervento esecutivo va considerato più esteso di quanto in genere si creda, pur se certo coadiuvato in varia misura dalla mano di assistenti. Molte difficoltà nella valutazione derivano dal fatto che oggi vediamo gli affreschi così come furono ricomposti a seguito dei bombardamenti del 1944: un intervento, quello diretto da Cesare Brandi, di importanza epocale nella storia del restauro, vista la miracolosa ricomposizione di decine di migliaia di frammenti caduti al suolo e vista l’invenzione, destinata a fare scuola, del metodo delle integrazioni a tratteggio[103]. Per capire l’entità dei danni, lo spostamento d’aria causato dalla bomba che investì la facciata della chiesa causò “la sconnessione della volta e la caduta di circa tre quarti degli affreschi delle vele, di un terzo della Presentazione, e dei quattro quinti dello Sposalizio. L’Annunciazione, l’Adorazione e l’Assunta…subirono pochi danni…”[104]. Inoltre parti significative della cappella erano deteriorate e lacunose, specie per le infiltrazioni di umido, già prima degli eventi bellici: soprattutto, come abbiamo visto, la zona destra della parete con la Natività e l’Annunciazione (la figura della Vergine è purtroppo compromessa allo stato di larva), ma anche la volta e la parte all’estrema sinistra dello Sposalizio. Quest’ultima porzione può essere risarcita ricorrendo a rare riproduzioni più antiche, ad esempio uno degli acquerelli riproducenti le pitture della cappella di Johann Anton Ramboux (1835-40 c., fig. 43), dove si nota in particolare una figura che addita l’episodio allo spettatore ingrediente nel sacello, corrispondente al festaiuolo albertiano che “ammonisca et insegni a noi quello che ivi si facci, o chiami con la mano a vedere”[105].
Le parti più deboli, nelle quali è arduo scorgere un intervento diretto di Lorenzo quanto piuttosto una trasposizione fiacca dei suoi disegni preparatori, sono: i due gruppi di Angeli musicanti, esemplati in parte su quelli benozzeschi che incorniciano il portale di San Fortunato a Montefalco, ai lati dell’Assunta (ma quest’ultima, in genere male osservata in quanto seminascosta dall’edicola d’altare[106], ben merita invece, malgrado la conservazione non ottimale, l’autografia, fig. 44)[107]; e i Profeti nel sottarco d’ingresso, tranne forse, come pensava Italo Faldi, i più incisivi Samuele e Geremia, benché di fattura “stanca e affrettata”[108]. Lo stesso Faldi individuò nel Mosè e nel Beato qui identificato come Tommaso da Orvieto (fig. 37) la mano del Maestro di Corchiano (alias Pancrazio Jacovetti da Calvi), il cui stile è caratterizzato da una “linea di contorno sottile e nervosa che profila con impeccabile rigore mani elegantissime, visi dalle caratteristiche espressioni tra estatiche e smorfiose”; e nei profeti Balaam e Zaccaria e nel Beato Antonio da Viterbo quella del Maestro del Trittico di Chia, distinguibile per “l’interpretazione stilizzata, calligrafica delle piene volumetrie prospettico-cromatiche del maestro […] quasi in una traduzione in tarsie lignee”[109]. L’intervento di questi due assistenti riguarda anche parti della volta (figg. 4, 36, 39; in particolare la rovinatissima vela d’ingresso con l’Evangelista Marco): ma qui come in alcune figure del sottarco è da credere che agli aiuti furono lasciate le finiture, ma spetti sempre a Lorenzo il disegno sottostante e almeno una parte dell’esecuzione; è evidente infatti la differenza esecutiva rispetto alle parti interamente delegate agli aiuti[110].
Pienamente autografe sono la parete sinistra, gran parte di quella destra (incluso il San Filippo Benizzi, fig. 38) e della volta, l’Assunta (fig. 44) e gli Apostoli (figg. 21, 22, 46).Il doveroso scrutinio della mano del maestro non deve oscurare la superiore unità dell’insieme, e soprattutto deve tenere conto dell’evoluzione interna dello stile e del diverso impegno profuso da Lorenzo, artista composito e per sua natura incostante, talora addirittura contraddittorio. Proprio nel livello esecutivo emerge in pieno questa ambivalenza, nel senso che spesso all’altezza dell’idea corrisponde un’esecuzione rapida, compendiaria: ad esempio l’impaginato dell’Assunzione della Vergine deve il suo respiro al paesaggio vasto e profondo (fig. 45); un pensiero compositivo notevole, derivante dalla Lapidazione di Stefano dell’Angelico nella Cappella Niccolina e dalla Natività del Baldovinetti nel chiostro della SS. Annunziata, tradotto però con un sintetismo pittorico fatto di campiture estese e liquide, come in un acquerello – la cui condotta richiama piuttosto il paesaggismo “sintetico, ma non banale” del Castagno[111], all’opposto delle meticolosità fiamminghe dell’affresco baldovinettiano (o del dittico Montefeltro di Piero) – mentre le nubi arricciate a guscio di lumaca preludono, forse tradendo la stessa mano, a quelle assai simili inserite dal Maestro del Trittico di Chia nell’opera eponima. Appena più in basso gli Apostoli sono invece resi con una linea grintosa, impietosa e compiaciuta nello scavare le fisionomie, nell’incidere uno per uno i solchi delle rughe, i peli delle barbe, i fili dei capelli (figg. 21-22, 46): un rovello espressivo straordinario, che non ha riscontri nell’ascendente pierfrancescano fondato sul principio della ‘forma-colore’, ma che si spiega invece con un nuovo e prepotente stimolo, quello della ‘linea funzionale’ Andrea del Castagno-Antonio Pollaiolo: “linea […] robusta e nervosa” che “trovi una possibilità di stile nuovissimo esaltando, accentuando, trasfigurando egualmente in ogni corpo e in ogni forma questo senso rinnovellato di diffusa e invincibile vitalità”[112]. Come si attagliano agli Apostoli dell’Assunzione e ad altre figure della cappella Mazzatosta (nella volta, nello Sposalizio, nella Presentazione al Tempio) le osservazioni del giovane Longhi su ‘Andrea degli Impiccati’: nel Pippo Spano “tutto è vibrazione profilata di contorno sommamente energetico”, “nel viso: bioccoli incatricchiati di capegli, curva digrignante della mandibola, spacco sinuoso di bocca, rughe uncinate!”; nel Cenacolo di S. Apollonia “nei tipi di tutti gli Apostoli e perfino del Cristo v’è la stessa brutalità popolana di scelta che in Masaccio, ma non espressa per via di chiaroscuro plasticamente avvallato nelle fattezze, sibbene con una incisione acre di profili, di rughe profonde, di scorci repugnanti”[113]. Lo scatto fiero di Pippo Spano è quanto di più simile in essenza, astraendo cioè dalle divergenze esteriori, alla più calma, ma altrettanto ferma e decisa torsione del più bello dei ritratti inseriti nello Sposalizio (il più a destra nella fig. 47), che si confronta assai bene peraltro, rispetto alle qualità propriamente ritrattistiche, anche col Ritratto virile di Washington, la cui tradizionale attribuzione al Castagno è stata di recente spostata agli esordi di Piero Pollaiolo[114]. La figura dal volto audacemente scorciato più a sinistra nello Sposalizio (fig. 47), un pretendente irato che spezza la verga non fiorita maledicendo il cielo, ricorda il San Girolamo sdentato nell’affresco con la Trinità alla SS. Annunziata (1453-54 c., altare Corboli, fig. 48), dove le sante ammantate, Paola ed Eustochia, sono invece “intimamente affini, nella modalità plastica e mossa del panneggiare, nei dischi scorciati dei nimbi, nella qualità incisiva ed espressiva della linea” a due figure femminili del corteo di Maria, sua madre Anna (con aureola e manto giallo) e la donna “vestita di negro in forma di vedova” (fig. 49)[115].
Andrea del Castagno è dunque un riferimento essenziale per capire la cultura di Lorenzo di Giacomo[116]: già a Tagliacozzo, dove appare influenzato almeno da quanto “mo Andreino da Firenze pint[ore]”, attivo in Vaticano nel 1454 e probabile frescante prospettico della Bibliotheca Graeca[117], dovette lasciare nell’Urbe; ma soprattutto a Viterbo, dove la conoscenza è più profonda e articolata, ravvivata di prima mano sulle opere fiorentine dell’artista. I rimandi all’affresco della SS. Annunziata potrebbero rivelare, oltre che una consonanza di intenti artistici, una visita alla casa madre dei Servi di Maria – presumibilmente concordata con il committente e con i frati di S. Maria della Verità – in previsione di decorare la cappella viterbese, la cui iconografia è palesemente servita per la connotazione mariana e la presenza di santi dell’ordine. Nella SS. Annunziata Lorenzo vide e apprezzò anche l’affresco baldovinettiano della Natività, come dimostra, più che il paesaggio dell’Assunzione, la scena corrispondente nella cappella viterbese, nelle pose della Vergine e del Bambino ma soprattutto nella citazione letterale del ramo d’edera montante su un tratto di muro (figg. 50-51)[118].
Tuttavia il fare pittorico di Lorenzo appare nelle figure più raffinato, più evoluto rispetto a quello “gagliardissimo” e “sforzatissimo” (Vasari) di Andrea, in virtù sia della sua educazione pierfrancescana aggiornata sugli esponenti del ‘moto franceschiano’ fiorentino (soprattutto Alesso Baldovinetti)[119] sia della ricettività agli sviluppi più recenti, a Firenze, della ‘linea funzionale’, vale a dire su Maso Finiguerra e su Antonio Pollaiolo, che furono associati tra la fine degli anni cinquanta e i primi sessanta[120]. A Maso Lorenzo aveva già attinto nell’impresa di Tagliacozzo, con riprese puntuali da incisioni e disegni finiguerreschi; ma a Viterbo la cultura laurenziana si dimostra ben più sottile e sofisticata nell’utilizzo delle fonti. I ritratti virili e i garzoni di bottega disegnati da Maso, con le pupille direzionate, i tratti del volto e le chiome precisamente delineati[121], costituiscono dei raffronti stringenti per i cives viterbienses dello Sposalizio; e più ancora lo sono i ritratti ‘clipeati’ nella cornice dell’affresco baldovinettiano della SS. Annunziata (e all’interno della scena i pastori dalle guance infossate e i riccioli uncinati, da confrontare anche agli Apostoli dell’Assunzione): “ritratti così individuati che non hanno l’eguale in quegli anni a Firenze” (figg. 42, 52)[122], più vivi anche dei migliori ritratti benozzeschi (che pure a S. Gimignano e nel Camposanto di Pisa restano in essenza dei manichini imbambolati, malgrado i progressi negli effetti pittorici ‘alla fiamminga’) e mai così astratti, assoluti e teorematici come i sublimi personaggi pierfrancescani. Ai “giovani cavati di naturale” (della Tuccia) dello Sposalizio si accostano proficuamente anche fogli pollaioleschi come il Ritratto di giovanetto di Dublino (fig.53), nella profilatura impeccabile ed elegante; un apparentamento, si badi, eminentemente grafico, la pittura chiara e tersa di Lorenzo condividendo ben poco con le tempere magre ed opache di Antonio e nulla con le grasse preziosità fiamminghe del fratello Piero, essendo invece legata alla linea luministica Piero-Domenico Veneziano-Baldovinetti[123].
Le corrispondenze più strette e sorprendenti con il corpus grafico di Finiguerra e Pollaiolo si colgono nei finti rilievi monocromi antiquisant inseriti nelle paraste che incorniciano le scene mariane: più che illustrare episodi precisi del mito o della storia classica essi combinano motivi di repertorio all’antica con figure nude, esperiti però non di prima mano (come parrebbe logico per un artista laziale formatosi a Roma) ma appunto filtrati da prove grafiche di altri artisti[124]. I due monocromi più esterni, prossimi all’ingresso della cappella, sono purtroppo erasi, ma quello di destra (a lato della probabile coppia Mazzatosta-Forteguerri) è ancora leggibile: un cavaliere armato di lancia o asta (con pennacchio?) incede accompagnato da un personaggio a piedi. Speculare ad esso, a sinistra della Natività, è la raffigurazione più complessa: sulla sinistra un prigioniero con le mani legate dietro la schiena affiancato da un carnefice (o da un consolatore?), in primo piano una figura prostrata chiede clemenza al personaggio sulla destra; completa il quadro, al centro in secondo piano, un bevitore da un otre, estraneo al contesto ‘narrativo’ (fig. 54). Il soggetto appare generico (una scena di condanna e richiesta di clemenza), ma in filigrana vi si può leggere una versione non connotata (i personaggi non sono differenziati per età e fisionomia, mancano gli strumenti musicali) della vicenda di Apollo e Marsia, raffigurante lo stesso momento immortalato dalla celebre gemma classica nota come ”Sigillo di Nerone”[125]: a sinistra Marsia legato dal carnefice Scita, a destra Apollo che non cede alle preci di Olimpo, discepolo e amico del satiro; uno schema simile è attestato in alcuni mosaici ellenistici[126]. Si osservino i disegni pollaioleschi del Prigioniero al cospetto del giudice (British Museum), dal soggetto omologo, e, per le pose, il Nudo visto di fronte, di profilo e di spalle del Louvre: che Lorenzo abbia attinto a fogli simili sembra indubitabile, al punto da farci congetturare l’esistenza di un studio perduto di Antonio ispirato al mito di Apollo e Marsia[127].
Passando al monocromo a destra dell’Assunzione (fig. 55), i due putti che giocano con un bastone corrispondono pressoché ad unguem alle figure di Caino e Abele fanciulli nel disegno di Maso Finiguerra con Storie della Genesi (Francoforte, Städelsches Institut), inframezzate ad Adamo che vanga ed Eva che fila (fig. 56)[128]; anche in questo caso il riferimento iconografico viene astratto in un motivo generico. Il pendant mostra un giovane con fascia in testa svolazzante intento a battere con una mazza sulla schiena un altro giovane che regge uno scudo mistilineo pseudo-ottagonale (fig. 57): riscontri iconografici puntuali si hanno con un Ercole(?) con mazza e scudo d’après un originale pollaiolesco (fig. 58)[129], e con uno di Maso Finiguerra già in collezione Resta (Milano, Pinacoteca Ambrosiana)[130].
Infine, nella cornice destra dello Sposalizio si rinviene la citazione più evidente e clamorosa: i due gladiatori che si fronteggiano armati di spada e scudo (fig. 59), dipinti con un impegno e una qualità superiori agli altri monocromi, sono chiaramente esemplati, e al contempo sottilmente variati, sulla coppia di combattenti al centro della più celebre e più copiata creazione grafica pollaiolesca, l’incisione con la Battaglia d’ignudi (fig. 60), di cui costituiscono una delle più precoci derivazioni, finora inosservata, e forniscono, ove mai ancora ce ne fosse bisogno, un sicuro ante quem preceduto forse solo dal “cartonum cum quibusdam nudis Poleyoli” registrato nella bottega padovana di Francesco Squarcione, morto nel 1468; non potendosi peraltro a rigore escludere – benché improbabile – che così il modello di Lorenzo come il foglio posseduto da Squarcione fossero disegni legati certo all’elaborazione dell’incisione, ma da essa distinti[131].
L’importanza dell’ascendente pollaiolesco nella cultura figurativa del pittore viterbese non si esaurisce nelle peraltro notevolissime variazioni sul tema del nudo di ispirazione antiquaria, ma investe anche il dato nuovo, rispetto a Tagliacozzo, dell’accentuazione fisiognomica ed espressiva: le smorfie, i ghigni memorabili di certe figure (su tutte “lo scemo di piazza, questa mirabile istituzione comunale italiana”, che “ride con un riso sproporzionato e bestiale”[132], che fa pensare alla maschera del “villano che sotto l’aria sorniona e intontita nasconde l’arguta malizia”, tra le più popolari nelle feste carnevalesche della Viterbo quattrocentesca[133]; contrastivamente affiancato all’ “elegantone” ricciuto di profilo – figura degna di Piero e già di Melozzo[134] – che “messa la palma della destra sulla punta della verga troncata come per giocherellare ostentatamente, guarda con petulanza, tronfio di vanità maschile”; fig. 61)[135], vanno ricondotti appunto all’innovativa e feconda sorgiva pollaiolesca, e si inseriscono a pieno titolo in quel filone che con Verrocchio e Leonardo porterà alla ‘caricatura’ propriamente detta. Beninteso, Lorenzo resta al di qua dell’estro energetico e dinamico e dell’anatomismo vitalistico di Antonio, ma non per incapacità quanto per fedeltà al superiore ordine compositivo (che è anche bilanciamento delle singole figure) prospettico e luministico di Piero della Francesca, dunque piuttosto simile ai ‘franceschiani’ fiorentini quali Giovanni di Francesco e – soprattutto – Alesso Baldovinetti (e con lui al ‘giro’ già evocato della Sacrestia delle Messe). Si consideri il gruppo di tre astanti che fanno da quinta laterale sinistra della Presentazione al Tempio (fig. 62): il nesso sintattico-gestuale tra le figure richiama ad evidentiam certi brani degli affreschi aretini o la Flagellazione urbinate; il saldo ancoraggio al piano pavimentale del personaggio di spalle discende addirittura dalla Rückfigur del Tributo di Masaccio; ma la straordinaria testa dell’orientale inturbantato e vestito di rosso (fig. 63), eccezionale per lo scavo grintoso delle pieghe facciali e del collo, ha come unici apparentamenti possibili le tavolette erculee di Antonio Pollaiolo, il volto contratto e caricato di quello che era anche il mitico fondatore di Viterbo[136].
Il sospetto longhiano che negli affreschi Mazzatosta permanessero gli “ultimi residui” di un “grottesco di origine gotica” in “certe capigliature subitamente fiammanti, o subitamente metallizzate” (negli Apostoli dell’Assunzione, figg. 21-22, 46, e negli Evangelisti della volta, fig. 39), nelle “accentuazioni grafiche che intendono irrealizzare qua e là il segno fattosi sobrio nella coerenza naturale dello stile toscano” con esiti analoghi a un Giovanni di Francesco o a “qualche famoso ferrarese”, può dunque fugarsi a cospetto di figure quali l’orientale testè evocato o il Gregorio Magno, il cui volto segnato dalle rughe (possibile criptoritratto di Paolo II)[137] può accostarsi efficacemente a quello della Maddalena di Staggia, a indicare un comune, modernissimo rovello naturalistico (fig. 64).
A comprendere appieno la complessità della cultura figurativa laurenziana – e il suo stupefacente evolversi, sia nel passaggio da Tagliacozzo a Viterbo sia nel progressivo farsi della cappella viterbese, gioverà ora guardare alla regia compositiva delle singole figurazioni e della cappella nel suo insieme, ma anche ad alcune peculiarità iconografiche.
Lo spazio della Natività (o meglio dovrebbe chiamarsi Adorazione del Bambino, figg. 50, 65)[138], di inusitata estensione a cospetto dell’esiguo numero di figure, dà agio a distensioni paesistiche (a sinistra i pastori guidati dall’angelo, a destra della capanna una veduta marina o lacustre con barche)[139]; degli astanti contemporanei all’estrema destra si è già detto, mentre al centro san Giuseppe non è statico come nella tradizione del soggetto, ma incede in una posa che si rinviene piuttosto in scene come la Visitazione o la Presentazione al Tempio[140]; le due levatrici che lo seguono, l’una di profilo e abbigliata di rosso, l’altra classicamente recante una cesta sul capo (coi panni destinati ad avvolgere Gesù Bambino)[141] sono pertinenti alla narrazione dei Vangeli apocrifi (compaiono anche in una variante iconografica dell’Adorazione dei Magi – ad esempio nella cappella affrescata da Ottaviano Nelli in Palazzo Trinci a Foligno)[142]; tali ‘contaminazioni’ iconografiche ricordano quelle messe in atto dal pittore a Tagliacozzo, denotando un suo peculiare sperimentalismo. Si notino anche dettagli resi con ammirevole precisione descrittiva, quali la sporta di vimini appesa a un’asticella della capanna (che ha un precedente nell’affresco con Stefano che distribuisce le elemosine della Cappella Niccolina) e la botticella pendente dal baculo di Giuseppe.
Se lo schema dell’Assunzione, con gli Apostoli in basso e gli angeli simmetrici ai lati dell’Assunta (figg. 44-46), è fedele alla tradizione del tema in area toscana e centroitaliana – i due distici nella cornice inferiore lodano la Vergine quale unica speranza dell’umanità e protettrice della città di Viterbo[143]–, la parete con lo Sposalizio e la Presentazione ci mostra il culmine della sperimentazione artistica laurenziana, ed uno dei vertici della pittura italiana del Quattrocento. Le due storie sono separate dallo splendido fregio a cornucopie e palmette, identico a quello che separa la Natività dall’Annunciazione: tale fregio, così come i capitelli pseudocorinzi a volute e rosette delle paraste (che inquadrano, sovrastati da altrettanto ricercati pulvini, anche l’Assunzione, fig. 45), è del tutto coerente con gli analoghi partiti architettonici e decorativi del Palazzo Orsini di Tagliacozzo (figg. 9, 14), a ulteriore suggello della paternità comune e dell’orientamento classicista di marca fiorentina: i raffronti più significativi si hanno infatti con le tombe Bruni e Marsuppini in S. Croce, specie con la prima (nei nessi parasta-capitello-trabeazione-lunetta e fin nel fondo giallo oro che fa risaltare gli ornati). Lorenzo potè certamente giovarsi di quanto aveva lasciato a Viterbo il passaggio di Bernardo Rossellino (1451)[144], ma la ricchezza e la padronanza del lessico architettonico dispiegato sulle pareti Mazzatosta, che va ben oltre il pur importante esempio benozzesco[145], presuppone ancora una volta a monte il modello pierfrancescano (acroteri a palmette pressoché identici ornano infatti i costoloni della cappella d’Estouteville), seguito da un’esperienza di prima mano delle novità fiorentine.
Lo Sposalizio e la Presentazione sono opposti e complementari (fig. 66): l’uno è sviluppato come un fregio, con le figure uniche protagoniste, studiatamente asserragliate sul primo piano; l’altro è dominato dall’invaso prospettico del pavimento in scorcio, con i gruppi di personaggi e le architetture a fare da quinte convergenti. Come è stato osservato, le due scene possono leggersi in modo unitario, come una composizione spazialmente unificata che prelude, nella ordinata dialettica tra il corteo sul primo piano e l'ampia profondità prospettica culminante nel tempio a pianta centrale, alla Consegna delle chiavi peruginesca nella Sistina, e agli Sposalizi dello stesso Perugino e di Raffaello oggi nei musei di Caen e Brera[146]. Come proverò ad argomentare, tale unità endiadica investe anche il significato più profondo della figurazione, con una coerente interrelazione tra forma e contenuto che non stupisce in un complesso decorativo così intellettualisticamente progettato.
Nell’avvicinare la Presentazione della Vergine a quella pratese del Maestro della predella di Quarata alias Paolo Uccello Mario Salmi intendeva in realtà proporre una derivazione di entrambe dall’affresco già in S. Egidio a Firenze di Andrea del Castagno (1451-53), perduto ma descritto da Vasari: “[Andrea] fece la Nostra Donna che sale i gradi del tempio, sopra i quali figurò molti poveri, e fra gl’altri uno che con un boccale dà in su la testa ad un altro: e non solo questa figura ma tutte l’altre sono belle affatto, avendole egli lavorate con molto studio et amore per la concorrenza di Domenico [Veneziano]. Vi si vede anco tirato in prospettiva in mezzo d’una piazza un tempio a otto facce, isolato e pieno di pilastri e nicchie, e nella facciata dinanzi benissimo adornato di figure finte di marmo; e intorno alla piazza è una varietà di bellissimi casamenti, i quali da un lato ribatte l’ombra del tempio mediante il lume del sole con molto bella, difficile e artifiziosa considerazione”[147]. Le corrispondenze in verità non appaiono stringenti, al di là del tempio centrale (però ottagonale) e dei “casamenti”. Diversamente pertinente sembra il richiamo dello Sposalizio Mazzatosta alla scena corrispondente in S. Egidio, lasciata incompiuta nel 1445 da Domenico Veneziano (che aveva iniziato il ciclo mariano, con l’esordiente Piero della Francesca al suo fianco, nel 1439), poi completata da Alesso Baldovinetti nel 1461: “almeno nel gruppo centrale così volumetrico, col sacerdote di prospetto tra i due sposi” (fig. 67)[148]. Teste ancora Vasari Domenico “fece lo sposalizio d’essa Vergine con buon numero di ritratti di naturale […]. Vi fece anco un nano che rompe una mazza, molto vivace, et alcune femine con abiti indosso vaghi e graziosi fuor di modo, secondo che si usavano in que’ tempi”. L’intuizione di Salmi può trovare conferma ricorrendo a quella che è considerata (specie in virtù del dettaglio col "nano che rompe una mazza"; ma non meno rivelatrice è la folgorante ambientazione in un atrium a cielo aperto) la più fedele derivazione dall’affresco del Veneziano, la predella di Francesco Botticini nella collezione Berenson (Fig. 68)[149]: conferma piena soprattutto rispetto al sacerdote frontale e ieratico (che occorre comparare alle fotografie prebelliche della Mazzatosta) e al san Giuseppe, ma anche nella composizione, nelle “femine con abiti indosso vaghi e graziosi” e nel cielo striato di nubi rosee (scurito a Viterbo ma visibile negli acquerelli di Ramboux). La figura di Giuseppe ci aiuta a cogliere il filtro attraverso cui Lorenzo si riallaccia al capostipite dell’ars nova fiorentina, Masaccio, in particolare al fondativo ciclo Brancacci (abbiamo già colto un richiamo nella memorabile Rückfigur della Presentazione al Tempio, Fig. 62): la ripresa del san Pietrodel Tributo è stata colta da Bentivoglio, il quale ricorreva a Piero per spiegare invece la modalità più dinamica del panneggiare, così diversa da quella solennemente appiombata del pittore valdarnese[150]. La matrice di tali panneggi fitti e mossi, ora sbattuti ora ricadenti, ora aderenti alle membra ora svolazzanti, sempre meravigliosamente articolati, in Piero e, indirettamente (per il tramite suo e di Andrea del Castagno)[151], in Lorenzo, è nella scultura di Donatello: proprio il fondamentale ascendente donatelliano spiega le tangenze della pittura di Lorenzo con l’ambito padano sia mantegnesco che ferrarese-cossesco, evocate da taluni autori (Rosini, Longhi, Brandi, Zeri, Bentivoglio, Strinati, Maddalo)[152].
Tornando allo Sposalizio, il precedente di S. Egidio va evocato anche per un elemento assente nella predella del Botticini ma testimoniato da Vasari: il “buon numero di ritratti di naturale, fra i quali è messer Bernardetto de’ Medici, conestabile de’ Fiorentini, con un berettone rosso, Bernardo Guadagni, che era gonfaloniere, Folco Portinari et altri di quella famiglia”; l’inserimento di personaggi contemporanei è infatti una novità nell’iconografia del tema, di cui Lorenzo fece tesoro[153]. Irrelata all’affresco fiorentino – per quello che appare dalla ripresa botticiniana – è la figura della Vergine, che in Lorenzo appare non in cammino laterale ma statica e frontale. Inoltre essa reca in mano un panno in cui è raccolto il libro delle orazioni: tale dettaglio è estraneo alla tradizione iconografica fiorentina, e risulta invece caratterizzante a Siena[154]. In particolare mi sembra che Lorenzo da Viterbo abbia tratto ispirazione dagli affreschi di Lippo Vanni nell’eremo agostiniano di S. Leonardo al Lago, eseguiti negli anni sessanta del Trecento (Fig. 69)[155]: ciclo che costituisce uno dei più maturi raggiungimenti prospettici del XIV secolo, perfezionando la lezione seminale dei Lorenzetti. Oltre alla ripresa dello Sposalizio – si veda anche l’omologo accorgimento delle trombe scalate in prospettiva, e più in generale l'assembramento delle figure sul primo piano – la configurazione stessa della cappella presenta sintomatiche analogie con quella viterbese, nell’Annunciazione sviluppata simmetricamente ai lati della finestra (una soluzione anch’essa tipicamente senese, risalente ad Ambrogio Lorenzetti a Montesiepi)[156] e nell’Assunzione dislocata “ad arco”, a cavallo dell’edicola d’altare a Viterbo, sulla parete dell’arcone d’ingresso a S. Leonardo. Il ciclo mariano di Lippo Vanni notoriamente si ispirava agli affreschi un tempo decoranti la facciata dello Spedale di S. Maria della Scala a Siena, una della glorie maggiori dell’arte senese, spettanti ai fratelli Lorenzetti e a Simone Martini, la cui influenza sui pittori locali fu enorme e persistente[157]: ma a certificare che il modello di Lorenzo non fu lo Sposalizio martiniano provvede la copia che di esso produsse un secolo più tardi Sano di Pietro, dove ricorre il ricordato motivo del panno con il libro in mano alla Vergine ma la composizione, asimmetrica e obliqua, è del tutto irrelata a quella del viterbese[158].
Un simile revival neotrecentesco serve a spiegare quell’allure arcaizzante che è stata talora rinfacciata nell’opera di Lorenzo da Viterbo, e in genere giudicata negativamente, come ripiegamento provinciale o reazionario: laddove invece il fascino più profondo della sua arte risiede proprio nella commistione di modernità e arcaismo, di eloquio umanistico e di umori vernacolari, di nobiltà pierfrancescana e di realismo popolaresco. L’attenzione ai modelli trecenteschi lo differenzia dai pittori fiorentini contemporanei e lo avvicina ai senesi, storicamente peraltro assai presenti in ambito viterbese e dunque a lui ben noti fin dagli anni della formazione[159]. È opportuno approfondire questa liaison tra Lorenzo e Siena, supportata da basi biografico-documentarie: nel ponderoso epistolario, pubblicato da Paolo Cherubini nel 1997, del cardinale Jacopo Ammannati Piccolomini, figura una lettera che apre nuovi spiragli sul pittore della Mazzatosta, non confinandolo più nella sua regione di origine. Il 17 agosto 1473 infatti il cardinale scrive dalla sua villa di Monsindoli, alle porte di Siena, a Lorenzo il Magnifico, raccomandandogli “uno maestro Lorenzo da Viterbo” di cui ha potuto apprezzare le doti in “certi fregi, i quali havemo facti fare chostì”[160]. Lorenzo dunque non era morto nel 1472, come aveva ipotizzato Zeri in virtù della croce che precede la firma nella pala di Cerveteri (fig. 35), e risiedeva a Firenze, dove aveva eseguito tali non meglio specificati “fregi”, destinati verisimilmente proprio al buen retiro senese del cardinale, che ci riportano alla mente quelli nelle cornici degli affreschi Mazzatosta e che possono essere forse evocati ricorrendo alla tavoletta di gabella di Francesco di Giorgio raffigurante Pio II che consacra cardinale suo nipote Francesco Todeschini Piccolomini (1460, Siena, Archivio di Stato; fig. 70), dove la decorazione all’antica della sala è profondamente consonante con il gusto antiquario della cappella viterbese[161]. La ‘raccomandazione’ di un personaggio del rango dell’Ammannati al Magnifico in persona, con Donato Acciaiuoli a far da mediatore, presuppone un apprezzamento profondo e sedimentato ai più alti ranghi della committenza in area fiorentina e senese, illuminando non tanto sul poi – ovvero sull’attività del pittore nell’ottavo decennio (banco di prova per studi futuri) – quanto sul prima, andando a legittimare quei fecondi contatti con la scena artistica toscana (Piero ad Arezzo, la Firenze degli anni sessanta, la Siena piccolominea) che abbiamo fin qui evidenziato.
Siena, dunque: osservando la scacchiera prospettica inclinata della Presentazione della Vergine al Tempio ritengo che il confronto più stringente, piuttosto che con le celebri ‘prospettive urbinati’ (che presentano scenari urbani disabitati)[162], sia con le tavole della predella francescana divisa tra l’anziano Vecchietta e i più giovani (e talentuosi) Francesco di Giorgio e Benvenuto di Giovanni (fig. 71) intorno al 1458-60, e con le Storie di sant’Antonio da Padova (in particolare la lunetta con il Miracolo della mula) affrescate dallo stesso Benvenuto nel Battistero senese (1460 c.)[163]: analoghi sono l’impaginato su un pavimento marmoreo policromo e geometrico, l’impennatura prospettica, l’enfatizzazione delle quinte architettoniche, la scansione in piani di profondità delle figure, l’integrazione tra queste e l’invaso che le accoglie, il gusto per l’ornato all’antica. D’altra parte la stessa incorniciatura architettonica così curata e rifinita delle tre pareti narrative della Cappella Mazzatosta sembra rimontare – fatto salvo il più aggiornato e classicizzante partito dei fregi e delle decorazioni – agli illustri prototipi senesi dello Spedale di S. Maria della Scala, risalenti agli anni quaranta del secolo (ad esempio la Fondazione dello Spedale del Vecchietta, in cui Lorenzo poteva trovare congeniale anche la ricchezza ornamentale e scultorea)[164].
Nella Presentazione della Vergine (fig. 66, 72) l’arretramento, e conseguente rimpicciolimento, dell’episodio principale incentrato su Maria bambina che sale le scale del tempio, a contrasto con la maggiore dimensionatura dei due simmetrici gruppi di figure in primo piano (i tre uomini dialoganti a sinistra, le due donne e il bambino a destra, figg. 1, 62), realizza un’inversione prospettico-semantica analoga a quella operata nella Flagellazione di Piero della Francesca[165], ancora una volta indirizzando verso il referente più importante dell’arte di Lorenzo da Viterbo. Dietro e attraverso le colonne del tempio, un meraviglioso cielo schiarito nella fascia inferiore dai raggi del giorno nascente, mentre in alto l’azzurro cupo della notte viene gradatamente illuminato dal basso striando le nubi di rosa: la bellezza di questo cielo atmosferico, con pochi eguali nella pittura italiana del tempo, è rimasta finora ingiustamente negletta[166]. Il fuoco prospettico dell’affresco è il tempio circolare su colonne, di cui è stata sottolineata la perspicuità architettonica e forza monumentale (fig. 72)[167]; un precedente assai simile (fin nel fregio a ghirlande alternate a teste di putti), anche se più gracile, illustra la Cronaca figurata fiorentina di ambito Finiguerra, in particolare la scena con la Sibilla Delfica e il santuario di Apollo indicato come Templum in pacem (fig. 73). È pensabile che anche il Tempio affrescato a Viterbo possa configurarsi come templum pacis? La risposta si può cercare nel sottostante Sposalizio, letto da Massimo Miglio come “immagine di pace”, simboleggiante “una città pacificata, dopo le tante lotte intestine, gli odi, gli omicidi, le violenze” tra le due fazioni opposte, storicamente rivali a Viterbo dei Gatteschi e dei Maganzesi[168]. L’affresco, come si ricorderà, fu concluso pochi giorni dopo la cacciata definitiva dalla città del governatore papale Niccolò Perotti, inviso alla cittadinanza; una pace effettiva e duratura tra i clan locali si avrà finalmente solo di lì ad alcuni mesi (il 19 novembre 1469), per cui il messaggio trasmesso dalla pittura è piuttosto un auspicio che non un riflesso della realtà[169]. È segno dell’originalità di Lorenzo l’aver arricchito l’iconografia del soggetto con una galleria di personaggi maschili contemporanei (come già nel precedente evocato di S. Egidio a Firenze) che non si schierano solo dietro a Giuseppe, dal lato canonico dei pretendenti delusi, ma anche dietro le pronube del corteo di Maria, “giovani acconciate a festa con cuffiette adorne d’un festoncino arcuato sulla fronte”[170], creando così due gruppi convergenti, e a rigore extra-narrativi, come a suggellare un accordo (figg. 42, 47, 66-67). Tramandato dai Vangeli apocrifi (Protovangelo di Giacomo, Pseudo-Matteo, De nativitate Mariae) e dalla Legenda aurea, lo Sposalizio venne coniato in pittura da Giotto (a Padova), che coerentemente con le fonti scritte lo ambientò in un tempio, ma lo rappresentò secondo il rito nuziale contemporaneo dello “sposalitio per verba de’ presenti” culminante nella immissio anuli[171]. In seguito l’attualizzazione dell’evento sacro spostò la celebrazione in linea con la prassi del tempo nella casa del padre della sposa, o nel cortile, piazza o strada ad essa antistante (Taddeo Gaddi, Simone Martini-Sano di Pietro, Lippo Vanni, Bartolo di Fredi, Niccolò di Bonaccorso), anche se artisti come Angelico, Benozzo, Andrea di Giusto (Prato) continuano a preferire lo spazio davanti alla chiesa[172]. Lorenzo a sua volta abolisce del tutto le coordinate architettoniche nello Sposalizio propriamente detto; ma se lo consideriamo unitariamente con la Presentazione, allora il “Tempio della Pace” si armonizza coerentemente con la lettura dello Sposalizio come immagine di pacificazione: la reticenza di Niccolò della Tuccia ci impedisce di identificare i singoli personaggi (a parte il cronista medesimo), ma l’insieme dei due gruppi centripeti, che ci restituisce uno spaccato ineguagliabile della società viterbese del tempo[173], rivela forse una lontana reminiscenza di un altro modello trecentesco senese, la Processione dei Ventiquattro che nella Sala dei Nove in Palazzo Pubblico riceve dalla Concordia – con la pialla in grembo per appianare i dissidi – le corde della bilancia della Giustizia e le consegna alla regale personificazione del Comune di Siena (fig. 74)[174]; un riferimento colto e subliminale al capolavoro di Ambrogio Lorenzetti per veicolare con maggiore efficacia il messaggio di concordia civica caro al committente Nardo Mazzatosta e a tutti i cittadini viterbesi.
IMMAGINI
Avvertenza: per i particolari dello Sposalizio della Vergine della Cappella Mazzatosta si è fatto ricorso di preferenza alla riproduzioni in bianco e nero precedenti il bombardamento del 1944.
Legenda: S=sinistra; D=destra; C=centro
- S: Benozzo Gozzoli, Tonsura di santa Rosa (part.), disegno, 1453, Londra, British Museum; D: Lorenzo da Viterbo, Presentazione della Vergine al Tempio (part.), 1469, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- S: Piero della Francesca, Incontro di Salomone e della regina di Saba (part.), ante 1458, Arezzo, S. Francesco; D: Lorenzo da Viterbo, Presentazione della Vergine al Tempio (part.), 1469, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- S: Piero della Francesca, Annunciazione (part.), ante 1458, Arezzo, S. Francesco; D: Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1469, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- S: Piero della Francesca, Annunciazione (2 partt.), ante 1458, Arezzo, S. Francesco; D: Lorenzo da Viterbo, San Luca Evangelista e Isaia Profeta, 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, Madonna col Bambino e i santi Michele Arcangelo e Pietro, 1472, Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini
- Lorenzo da Viterbo (e collaboratore), Madonna col Bambino, santo non identificato e sant’Antonio Abate, 1472 c., Cerveteri, S. Antonio abate
- Tavola di confronto tratta da R. Longhi, Primizie di Lorenzo da Viterbo, 1926, ed. 1967, figg. 62a-b
- Lorenzo da Viterbo(?), Guerriero a cavallo, già a Tagliacozzo, Palazzo Orsini (da O. Rossi Pinelli, Tagliacozzo, in Storia dell’arte italiana, parte III, vol. 1. Inchieste su centri minori, Torino 1980, fig. 407)
- S: Lorenzo da Viterbo(?), Decorazione a finte architetture (part.), Tagliacozzo, Palazzo Orsini; D: Antonio Manetti, tarsie lignee, 1436-45, Firenze, Duomo, Sacrestia delle Messe
- S: Maso Finiguerra, Pace niellata con Crocifissione (part.), 1460-64 c., ; D: Lorenzo da Viterbo, Adorazione dei Magi, 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini
- Sopra: Incisore fiorentino, Natività (part.), 1465 c., Paris, Bibliothèque Nationale de France (Hind 1938, 1, p. 45, n. A.I.49); Sotto: Lorenzo da Viterbo, Natività, 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini
- S: Incoronazione della Vergine e storie della Vergine, copia ottocentesca di un’incisione fiorentina del 1460-65 c. (da Maso Finiguerra; Hind 1938, 1, p. 30, nn. A.I.12 e A.I.12a); C: Lorenzo da Viterbo, Crocifissione, 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini; D: Incisore fiorentino, Crocifissione, 1465-70 c, Boston, Museum of Fine Arts (Hind 1938, 1, p. 56, n. A.I.81)
- Lorenzo da Viterbo, Annunciazione, 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini
- S: Filippo Lippi, Adorazione del Bambino, 1459 c., Berlino, Staatliche Museen, Gemäldegalerie; D: orenzo da Viterbo, Annunciazione (part.), 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini
- Antoniazzo Romano (qui attr.), Annunciazione, 1463, Roma, S. Saba
- Miniatore veneto(?), Annunciazione, in Breviario Barbo, 1467, Città del Vaticano, Archivio Capitolo S. Pietro, B. 81, f. 1r (part.)
- Antoniazzo Romano, Gerarchie angeliche (part.), 1464-65, Roma, SS. Apostoli, Cappella Bessarione
- Antoniazzo Romano, Annunciazione, 1470-72 c., Roma, S. Maria ad Martyres (Pantheon)
- S: Lorenzo da Viterbo, Annunciazione (part.), 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini; D: Piero della Francesca e collaboratore (Lorenzo da Viterbo?), San Luca, 1459, Roma, S. Maria Maggiore, Cappella d’Estouteville
- S: Lorenzo da Viterbo, Annunciazione (part.), 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini; C: Piero della Francesca e collaboratore (Lorenzo da Viterbo?), San Luca, 1459, Roma, S. Maria Maggiore, Cappella d’Estouteville; D: Lorenzo da Viterbo, San Giovanni Battista, 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini
- S: Lorenzo da Viterbo, Annunciazione (part.), 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini; D: Lorenzo da Viterbo, Assunzione della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- S: Lorenzo da Viterbo, Adorazione dei Magi (part.), 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini; D: Lorenzo da Viterbo, Assunzione della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, Adorazione dei Magi (part.), 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini
- S: Napoleone Orsini; D: Roberto Orsini; incisioni in Francesco Sansovino, L’Historia di Casa Orsina, Venezia 1565
- Collaboratore di Lorenzo da Viterbo, Redentore benedicente, 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini
- Ricostruzione grafica della parete ovest della Loggia con gli Uomini Illustri del Palazzo Orsini di Tagliacozzo (da D. Del Pesco, Eroi e Virtù. Due cicli di affreschi per gli Orsini a Tagliacozzo, inTagliacozzo e la Marsica in età angioina e aragonese. Aspetti di vita artistica, civile e religiosa, a cura di F. Salvatori, Roma 2003)
- Lorenzo da Viterbo, Ovidio e Varrone, 1464-65 c., Celano, Castello Piccolomini, Museo d’Arte Sacra della Marsica (dal Palazzo Orsini di Tagliacozzo)
- Lorenzo da Viterbo, Scipione e Flaminio, 1464-65 c., fotografia precedente lo strappo (dal Palazzo Orsini di Tagliacozzo) e il trasferimento al Museo d’Arte Sacra della Marsica (Celano, Castello Piccolomini)
- Lorenzo da Viterbo, Pentesilea e Troilo, 1464-65 c., Celano, Castello Piccolomini, Museo d’Arte Sacra della Marsica (dal Palazzo Orsini di Tagliacozzo)
- Francesco di Stefano detto il Pesellino, Annibale, 1447-48 c., San Pietroburgo, Hermitage (da un codice dei Punica di Silio Italico)
- Arco di Alfonso d’Aragona (part.), 1453-56 c., Napoli, Castelnuovo
- Bottega di Maso Finiguerra, Amazzone, 1460-65 c., in Cronaca figurata fiorentina, Londra, British Museum, Prints and Drawings Collection
- Lorenzo da Viterbo, Scipione e Flaminio (part.), 1464-65 c., fotografia precedente lo strappo (dal Palazzo Orsini di Tagliacozzo) e il trasferimento al Museo d’Arte Sacra della Marsica (Celano, Castello Piccolomini)
- Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1469, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, Madonna col Bambino e i santi Michele Arcangelo e Pietro (part.), 1472, Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini
- Lorenzo da Viterbo, Evangelisti, Profeti, Padri e Dottori della Chiesa, 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo e collaboratore (Pancrazio Jacovetti?), Beato Tommaso da Orvieto, 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, San Filippo Benizzi, 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, Santi Matteo Evangelista e Bernardo di Chiaravalle, 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, Natività (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- S: Mino da Fiesole, Sepolcro del cardinale Niccolò Forteguerri (part.), 1474 c., Roma, S. Cecilia in Trastevere; C: Lorenzo da Viterbo, Natività (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta; Andrea del Verrocchio, Bozzetto per il cenotafio Forteguerri (part.), 1476, Londra, Victoria and Albert Museum
- Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1469, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Johann Anton Ramboux, Sposalizio della Vergine di Lorenzo da Viterbo (part.), acquerello, 1835-40 c., Düsseldorf, Museum Kunstpalast, Inv RV-276
- Lorenzo da Viterbo, Assunzione della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, Assunzione della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, Assunzione della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1469, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Andrea del Castagno, Trinità con i santi Girolamo, Paola ed Eustochia (part.), 1453-54, Firenze, SS. Annunziata
- Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1469, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, Natività (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Alesso Baldovinetti, Natività (part.), 1460-62, Firenze, SS. Annunziata, chiostro dei Voti
- S: Alesso Baldovinetti, Natività (part.), 1460-62, Firenze, SS. Annunziata, chiostro dei Voti; D: Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- S: Antonio del Pollaiolo, Profilo di giovanetto, 1462-64 c., Dublino, National Gallery of Ireland; D: Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, Finto rilievo all’antica (Apollo e Marsia?), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, Finto rilievo all’antica (Due putti che giocano con un’asta), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Maso Finiguerra, Storie della Genesi (part.), 1462-64 c., Francoforte, Städelsches Institut
- Lorenzo da Viterbo, Finto rilievo all’antica (Due guerrieri nudi), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Da Antonio del Pollaiolo, Ercole(?) con mazza e scudo, Firenze, Uffizi, Gabinetto Disegni e Stampe, 269E verso
- Lorenzo da Viterbo, Finto rilievo all’antica (Due gladiatori), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Antonio del Pollaiolo, Battaglia d’ignudi, 1465 c., incisione, Firenze, Uffizi, Gabinetto Disegni e Stampe
- Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, Presentazione della Vergine al Tempio (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, Presentazione della Vergine al Tempio (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- S: Lorenzo da Viterbo, San Gregorio Magno, 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta; D: Antonio del Pollaiolo,Maddalena portata in cielo dagli angeli, 1460 c., Staggia, Museo del Pollaiolo
- Lorenzo da Viterbo, Natività (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, Presentazione della Vergine al Tempio e Sposalizio della Vergine, 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (2 partt.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Francesco Botticini, Sposalizio della Vergine, 1460 c., Firenze, Villa I Tatti, Collezione Berenson
- Lippo Vanni, Sposalizio della Vergine (part.), 1360-70 c, Eremo di San Leonardo al Lago (Siena)
- Francesco di Giorgio Martini, Pio II consacra cardinale Francesco Todeschini Piccolomini (part.), tavoletta di gabella, 1460, Siena, Archivio di Stato
- Benvenuto di Giovanni, Miracolo della mula di sant’Antonio da Padova, 1458-60 c., Monaco, Alte Pinakothek
- Lorenzo da Viterbo, Presentazione della Vergine al Tempio (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta
- Bottega di Maso Finiguerra, Sibilla Delfica e Tempio della Pace (part.), 1460-65 c., in Cronaca figurata fiorentina, Londra, British Museum, Prints and Drawings Collection
- Ambrogio Lorenzetti, Processione dei Ventiquattro, 1338-40, Siena, Palazzo Pubblico, Sala dei Nove
NOTE
*La stesura di questo saggio negli ultimi mesi è stata scandita dalle strilla acute e dai sorrisi meravigliosi di mia figlia Livia, venuta al mondo il 19 ottobre 2011: la dedica pertanto, con tutto il cuore, va a lei, a mia moglie Cristina, senza i cui sacrifici mai sarei riuscito ad arrivare in fondo, e a mio nipote Lorenzo, omonimo del pittore qui celebrato (con la promessa di omaggiare in futuro anche suo fratello Julian).
La gestazione è frutto di lunghe ricerche condotte negli ultimi anni, beneficiando in particolare di una Fellowship presso Villa I Tatti – The Harvard University Center for Italian Renaissance tra il 2010 e il 2011. Per aver discusso con me vari punti e problemi tra i tanti qui trattati, rivolgo un ringraziamento particolarmente sentito ad Alessandro Angelini, Eve Borsook, Gigetta Dalli Regoli, Andrea De Marchi, Vincenzo Farinella, Aldo Galli, Margaret Haines, Fabio Marcelli, Matteo Mazzalupi, Simona Mercuri, Antonio Pinelli.
[1]G.B.L.G. Séroux d’Agincourt, Storia dell’arte dimostrata coi monumenti dalla sua decadenza nel IV secolo fino al suo Risorgimento nel XVI, Prato 1826-29, 6 voll., vol. 4, 1827, pp. 413-415; C.F. von Rumohr, Italienische Forschungen [1827], a cura di J. von Schlosser, Frankfurt am Main 1920, pp. 335-336 e 351; G. Rosini, Storia della pittura italiana esposta coi monumenti, Pisa 18502, vol. 3, pp. 29-30; J.A. Crowe-G.B. Cavalcaselle, A History of Painting in Italy, V. Umbrian and Sienese Masters, a cura di T. Borenius, London 1914, pp. 244-245; G. B. Cavalcaselle-J. A. Crowe, Storia della pittura in Italia dal secolo II al secolo XVI, vol. 9, Firenze 1902, a cura di A. Mazza, pp. 125-126.
[2]C. Ricci, Lorenzo da Viterbo, in “Archivio storico dell’arte”, 1, 1888, pp. 26-34 e 60-67.
[3]A. Venturi, Storia dell’arte italiana, VII.2. La pittura del Quattrocento, Milano 1913, pp. 226-254.
[4]R. Longhi, Primizie di Lorenzo da Viterbo, in “Vita Artistica”, 1926, pp. 109-114 (con lo pseudonimo di A. Ronchi), ripubblicato in Edizione delle opere complete di Roberto Longhi, vol. II. Saggi e ricerche 1925-28, Firenze 1967, tomo I, pp. 53-62.
[5]Mostra dei frammenti ricostituiti di Lorenzo da Viterbo, catalogo a cura di C. Brandi, Roma 1946.
[6]F. Zeri. Una pala d’altare di Lorenzo da Viterbo, in “Bollettino d’arte”, 1953, pp. 38-44, ripubblicato in F. Zeri, Giorno per giorno nella pittura, vol. 5. Scritti sull’arte italiana del Sei e Settecento. Recensioni e altri saggi. Aggiunte, Torino 1998, pp. 265-268.
[7]I. Faldi, Pittori viterbesi di cinque secoli, Roma 1970, pp. 31 e sgg.
[8]E. Bentivoglio, S. Valtieri Bentivoglio, Le pitture di Lorenzo da Viterbo nella cappella Mazzatosta a Viterbo, in “Mitteilungen des Kunsthistorisches Institut in Florenz”, 17, 1973, 1, pp. 87-103.
[9]C. Strinati, Lorenzo da Viterbo, in Il Quattrocento a Viterbo, catalogo della mostra (Viterbo 1983), Roma 1983, pp. 179-201.
[10]A. Pinelli, Un affresco di Lorenzo da Viterbo a Cerveteri, in Scritti di storia dell’arte in onore di Federico Zeri, Milano 1984, I, pp. 189-195.
[11]A. Coliva, Lorenzo da Viterbo nella cappella Mazzatosta, in Studi in onore di Giulio Carlo Argan, Firenze 1994, pp. 95-121.
[12]S. Petrocchi, Artisti viterbesi del Quattrocento a Roma: da Antonio a Lorenzo da Viterbo, in “Studi romani”, 55, 2007(2009), 3/4, pp. 355-380; Id., Da Lorenzo da Viterbo a Piermatteo d’Amelia: ipotesi intorno a Nicolaus pictor alias il Maestro del Trittico di Chia, in: “Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte”, serie III, 28 (60), 2005, pp. 175-192.
[13]R. Longhi, Primizie di Lorenzo da Viterbo, cit., ed. 1967, p. 52; tutta filobenozzesca è la lettura del Ricci (Lorenzo da Viterbo…, cit.), cui si oppone quella integralmente pierfrancescana del Venturi (Storia dell’arte italiana…, cit., 1913).
[14]Pittura di luce: Giovanni di Francesco e l’arte fiorentina di metà Quattrocento, catalogo della mostra (Firenze 1990), a cura di L. Bellosi, Milano 1990; N. Rowley, "Pittura di luce" : genèse d'une notion, in “Studiolo”, 5, 2007, pp. 227-248. La rivalutazione della grandezza di Piero spetta a Roberto Longhi, Piero della Francesca (1914 e 1927); sull’operato del pittore a Roma si legga qui il saggio di Alessandro Angelini.
[15]Credo che l’esistenza di due opere laurenziane a Cerveteri, che era feudo Orsini, possa ragionevolmente connettersi con l’attività del pittore per gli Orsini di Tagliacozzo: Cerveteri dipendeva infatti da Bracciano, contea assegnata dal 1470 a Napoleone Orsini, che fino a quell’anno era stato titolare col fratello Roberto della contea di Tagliacozzo (per notizie dettagliate sui due fratelli si veda infra, par. 2).
[16]Di recente Petrocchi (Artisti viterbesi…cit., p. 377) ha attribuito a Lorenzo una interessante Madonna col Bambino in trono in S. Maria di Forcassi a Vetralla, affresco frammentario ma di limpida filiazione pierfrancescana. All’ambito del pittore credo che si potrebbero accostare – il condizionale è d’obbligo, non avendo ancora visionato i dipinti dal vivo – i Santi Lorenzo e Agata affrescati in S. Maria a Vitorchiano, che lo stesso Petrocchi ha pubblicato riferendoli al Maestro di Toscolano (Da Lorenzo da Viterbo…cit., pp. 188-189, fig. 22): nel risentito ed incisivo linearismo mi appaiono affini agli Uomini illustri della loggia del Palazzo Orsini di Tagliacozzo.
[17]Hanno aderito all’attribuzione longhiana a Lorenzo da Viterbo, senza sostanziarla tuttavia di decisive argomentazioni: D. Del Pesco, Eroi e Virtù. Due cicli di affreschi per gli Orsini a Tagliacozzo, in Tagliacozzo e la Marsica in età angioina e aragonese. Aspetti di vita artistica, civile e religiosa, atti del convegno (Tagliacozzo 2002), a cura di F. Salvatori, Roma 2003, pp. 155-173; M.P. Fina, Il Palazzo Orsini di Tagliacozzo e la sua decorazione, Avezzano 2004; A. Angelini, ibidem, pp. 5-7. Hanno invece seguito l’indicazione zeriana in favore di un maestro anonimo: O. Rossi Pinelli, Tagliacozzo, in Storia dell’arte italiana, parte III, vol. 1. Inchieste su centri minori, Torino 1980, pp. 313-340: 329; F. Todini, in F. Todini, B. Zanardi, La Pinacoteca Comunale di Assisi, Firenze 1980, p. 83 (“espressionista gozzolesco”); S. Pasti, Lo scomparso ciclo di affreschi di S. Rosa da Viterbo di Benozzo Gozzoli e la sua influenza nel viterbese: gli affreschi dell’Isola Bisentina, in in Il Quattrocento a Viterbo, catalogo della mostra (Viterbo 1983), Roma 1983, pp. 159-178: 171 (“scuola umbra”); C. Strinati, Lorenzo da Viterbo, ibidem, pp. 179-201: 197 nota 2; R. Torlontano, La pittura in Abruzzo nel Quattrocento, in La pittura in Italia. Il Quattrocento, a cura di F. Zeri, 2 voll., Milano 1987, vol. 2, pp. 437-445: 444-445; Eadem, Maestro degli affreschi di Tagliacozzo, ibidem, pp. 673-674; G. Benedicenti, Abruzzo, in La pittura murale in Italia. Il Quattrocento, a cura di M. Gregori, Torino 1996, pp. 214-221: 219-220; A. Cavallaro, Il Lazio: i Colonna, gli Orsini e i Caetani, in Corti italiane del Rinascimento. Arti, cultura e politica, 1395-1530, a cura di M. Folin, Milano 2010, pp. 363-375: 368.
[18]F. Gregorovius, Eine Pfingstwoche in der Abruzzen [1871], in Wunderjahre in Italien, Leipzig 1856-1877, trad.it. Viaggio in Abruzzo, a cura di A.Polla, Avezzano 1982, pp. 36-39.
[19]Sulle vicende costruttive del palazzo cfr. C. Conforti, La residenza dei Signori di Tagliacozzo, in Tagliacozzo e la Marsica…, cit., pp. 129-154 (con bibl. prec.); decisamente meno affidabile, e spesso impreciso, il resoconto di R. Mancini, Viaggiare negli Abruzzi. I. La via Valeria. Il Carseolano e i Piani Palentini, L’Aquila 2003, pp. 183-193. Passato ai Colonna nel 1497, il palazzo pervenne ai Corsini nel XIX secolo con le nozze tra l’ultima erede Colonna, Anna Colonna Barberini (1840-1911), e Tommaso Corsini (1835-1918), celebrate nel 1858; per un certo periodo tra fine Otto e primo Novecento Anna vi spostò una parte della quadreria Barberini (con dipinti di Camassei, Gemignani, Guercino, Pietro da Cortona, Romanelli, Vouet, e copie da Raffaello e Reni), cfr. A. Paoluzi, Tagliacozzo. Notizie storiche, le chiese, gli edifici, i personaggi celebri, Avezzano 1929, pp. 45-49. Nel 1936 la vendita allo Stato segnò l’inizio del decadimento: l’utilizzo dapprima come colonia estiva della G.I.L., come ricovero dei soldati tedeschi durante la Guerra, poi come educandato femminile, infine il passaggio alla Regione Abruzzo, ha causato la scialbatura, o peggio la raschiatura di gran parte delle decorazioni interne, la trasformazione e talora la distruzione di interi ambienti; un disfacimento progressivo e vergognoso, talora peggiorato da inadeguati restauri (O. Rossi Pinelli, Tagliacozzo, cit., pp. 327-328; F. Pasqualone, Tagliacozzo. Guida storico-artistica, Tagliacozzo 1999, pp. 38-47).
[20]Ibid.; M. P. Fina, Il Palazzo Orsini…, cit., pp. 13 e sgg. Sugli Orsini e Tagliacozzo cfr. S. Carocci, Le origini della Signoria Orsini su Tagliacozzo, in Tagliacozzo e la Marsica…, cit., pp. 1-16; L. Saviano, Gli Orsini di Tagliacozzo, ibid., pp. 17-32. La fiorente storiografia orsiniana degli ultimi decenni ha prodotto due studi di ampio respiro storico e documentario che lasciano purtroppo scoperto il periodo, che qui interessa, dal primo Quattrocento fino al papato di Paolo II (F. Allegrezza, Organizzazione del potere e dinamiche familiari: gli Orsimi da Duecento agli inizi del Quattrocento, Roma 1998; C. Shaw, The political role of the Orsini family from Sixtus IV to Clement VII: barons and factions in the Papal States, Roma 2007).
[21]F. Pasqualone, op. cit., p. 30; M.P. Fina, op. cit., pp. 13-15. Sintetizza efficacemente i loro meriti un passo di una lettera del cardinale Jacopo Ammannati Piccolomini a Paolo II (1467): “duo germani fratres Neapolio et Robertus, alter Ecclesiae dux, alter ex ducibus Ferdinandi regis strenue militarent. Napoleo quidem apud Senogalliam potentissimum Sigismundum [Malatesta], a quo anno ante insignem plagam Pius acceperat, proelio superavit. Roberti vero opera, qui primam pugnam commisit, Andegavenses circa Troiae moenia in Apulia ceciderunt” (J. Ammannati Piccolomini, Lettere (1444-1479), a cura di P. Cherubini, 3 voll., Roma 1997, 2, p. 923). Cfr. inoltre Enea Silvio Piccolomini Papa Pio II, I Commentarii, a cura di L. Totaro, Milano 2008, pp. 1014-15, 2388-92 e ad indicem; Niccolò della Tuccia, in I. Ciampi, Cronache e statuti della città di Viterbo, Firenze 1872, ristampa Bologna 1976, pp. 251, 255, 261; F. Sansovino, L’Historia di Casa Orsina, Venezia 1565, pp. 67-68. Su Bracciano si legga qui il saggio di Gabriele Fattorini.
[22]M.P. Fina, op. cit., pp. 17-19.
[23]Gli Statuti di Avezzano. Aspetti giuridico-economici, trascrizione, traduzione dal testo latino a fronte e commento di M. Di Domenico, Roma 1989, pp. 258-268.
[24]Ibid., p. 255. Cfr. pure P. Nardecchia, Pittori di frontiera. L’affresco quattro-cinquecentesco tra Lazio e Abruzzo, Casamari 2001, pp. 97-98.
[25]I. Ciampi, Cronache…, cit., p. 261; più avanti nello stesso anno “il cavaliero, fratello di Napolione Orsino, ch’era valentissimo di sua persona, ed era fatto conte di Tagliacozzo lui e il fratello” (p. 262); e “il conte Iacovo Piccinino, con 7000 cavalli in circa, andò contro Tagliacozzo, che era di Napolione Orsino, e tolseli Avezzano con molti altri castelli”, per cui “Napolione Orsino si ridusse con le genti sue a Tagliacozzo per poterlo meglio difendere con 600 fanti forestieri e altri suoi cavalli” (p. 263); v. inoltre p. 266.
[26]Cit. in M.P. Fina, op. cit., p. 38.
[27]G. Gattinara, Storia di Tagliacozzo dalla origine ai giorni nostri con brevi cenni sulla regione Marsicana, Città di Castello 1894, ristampa Tagliacozzo 1999, pp. 56-57; G. Marini, La battaglia di Tagliacozzo e le vicende di tre chiese, Casalbordino 1934, pp. 12-14.
[28]F. Pasqualone, op. cit., p. 40.
[29]O. Rossi Pinelli, op. cit., pp. 327-328 e fig. 407.
[30]L. Valla, In Barptolemeum Facium Ligurem invectivae seu recriminationes, IV, cit. in M. Baxandall, Giotto e gli umanisti. Gli umanisti osservatori della pittura in Italia e la scoperta della composizione pittorica 1350-1450, Milano 1994 (ed. orig. Oxford 1971), pp. 161 e 219: l’umanista romano fu chiamato a comporre i motti latini da abbinare alle quattro Virtù affrescate attorno al sovrano a cavallo. Si ricordi poi il progettato monumento equestre in bronzo di Alfonso a coronamento dell’Arco di Castelnuovo, per il quale era stato contattato Donatello (G. L. Hersey, The Aragonese Arch at Naples 1443-1475, New Haven and London 1973, pp. 53-55). Nel 1494 Antonio Pollaiolo, richiesto da Gentil Virginio Orsini di un busto bronzeo “al naturale”, proporrà al signore di Bracciano di ritrarlo “tuto intero insunun chaval grosso” (lettera del 13 luglio, cit. in Bracciano e gli Orsini. Tramonto di un progetto feudale, catalogo della mostra (Bracciano 1981), a cura di A. Cavallaro, A. Mignosi Tantillo, R. Siligato, Roma 1981, p. 119).
[31]In particolare due documenti, pubblicati dal Filangieri: nel 1471 Agnello dell’Abate di Napoli (lo stesso che nel ‘72 decora la “cambra hou stan les coses adorifferes del Senyor Rey” a Castelnuovo) “armiere e pittore, dipinse e toccò d’oro l’intemplatura della sala grande dell’Ospizio del conte di Tagliacozzo, Roberto Orsini, per 30 ducati”; nel 1472 il legnaiolo Renzo Sangermano e Antonio di Montorio, entrambi napoletani, eseguono “vari lavori d’intemplatura intorno alla terrazza della Corte dell’Ospizio di Roberto Orsini, e in una camera detta del Cancelliere con le chiusure alle finestre ed alle porte” (G. Filangieri, Indice degli artefici delle arti maggiori e minori… da studi e nuovi documenti raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri, Napoli 1891, p. 416). Tali intagliatori e decoratori, intenti a soffittature (“intemplature”) lignee sul tipo di quelle che ancora sopravvivono in alcuni ambienti del Palazzo (come la loggia e la cappella, quest’ultima asportata da un furto nel 2009), furono dunque impiegati per volere di Roberto verisimilmente a completamento della campagna edilizia e decorativa iniziata nel decennio precedente e condotta fino al ’70 con il fratello Napoleone. Nella liaison Tagliacozzo-Napoli, che mi riprometto di approfondire in altra sede, vanno considerati inoltre: il palazzo che Roberto e Napoleone Orsini edificarono a Napoli, in via Tribunali, di cui sopravvive solo il portale (così simile alle architetture dipinte di Tagliacozzo, specie nella cappella), recante un’epigrafe in capitale umanistica (“HEC ROSA MAGNANIMI DEFENDIT AB UNGUIBUS URSI HINC GENUS URS/INUM ROMA VETUSTA TRAIT ANNO DOMINI MCCCCLXX”), oggi ingresso della chiesa di S. Maria del Rifugio; e gli affreschi (Annunciazione, Angeli e Putti reggistemma) nella cappella Piccolomini in Monteoliveto (1475-90), e commissionati dallo stesso Antonio Todeschini Piccolomini, nipote di Pio II, divenuto conte di Celano nel 1463; legati stilisticamente dalla bibliografia partenopea (P. Leone de Castris, Italia meridionale, in La pittura murale…, cit., pp. 222-243: 233-235, che cita i precedenti accenni di Ferdinando Bologna e Fiorella Sricchia Santoro) agli affreschi di Tagliacozzo, a Lorenzo da Viterbo e all’ambito del Maestro di San Giovanni da Capestrano; ma se ne ricordi già la precoce segnalazione in chiave pierfrancescana di A. Venturi, Storia dell’arte italiana, vol. VII. La pittura del Quattrocento, tomo IV, Milano 1915, pp. 122-124.
[32]Sulla Bibliotheca Graeca cfr. G. de Simone, Melozzo e Roma, in Melozzo da Forlì. L’umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello, a cura di D. Benati, M. Natale, A. Paolucci, catalogo della mostra (Forlì 2011), Cinisello Balsamo (Milano), 2011, pp. 37-51: 40-41 (con bibl. prec.). Il serto vegetale con nastri svolazzanti che campeggia sulla specchiatura marmorea richiama da vicino quelli che scandiscono la parete nord della Sacrestia delle Messe nel Duomo di Firenze, opera di Antonio di Tuccio Manetti (1436-45, fig. 9; sull’importanza della Sacrestia come fonte per l’artista di Tagliacozzo si veda infra nel testo).
[33]Si veda il resoconto del restauro, eseguito dalla ditta Benelli, Caponi & C. di Pisa, di C. Tropea, Dipinti murali del Palazzo Ducale di Tagliacozzo, 1. Nota sull’attività di conservazione, restauro e valorizzazione promossa dalla Soprintendenza, in Architettura e arte nella Marsica 1984-1985, I. Architettura, catalogo della mostra (Celano 1984), L’Aquila 1985, pp. 207-210.
[34]M. Collareta, Le “arti sorelle”. Teoria e pratica del “paragone”, in La pittura in Italia. Il Cinquecento, a cura di G. Briganti, Milano 1988, vol. 2, pp. 569-580: 570. Il pittore di Tagliacozzo si servì di una stampa, chiaramente invertita, dalla pace niellata di Washington qui illustrata (fig. 10): se ne conservano due esemplari (K. Oberhuber, Maso Finiguerra, in Early Italian Engravings from the National Gallery of Art, catalogo della mostra [Washington 1973], a cura di J.A. Levenson, J. Oberhuber, J.L. Sheehan, Washington 1973, pp. 1-9: 5).
[35]Anche le bordure decorate con tralci stilizzati e tondi con Profeti a mezzo busto e cartigli si apparentano ai marginalia della cappella di Tagliacozzo; cfr. The illustrated Bartsch, vol. 24 (formerly 13.1). Early Italian Masters, a cura di M. J. Zucker, New York 1980; The illustrated Bartsch, vol. 24 (formerly 13.1). Early Italian Masters. Commentary part 1, a cura di M. J. Zucker, New York 1993, cat. 2405.025 (Hind 1938, n. A.1.49), pp. 160-161 (1470 c.).
[36]Per l’incisione cfr. ibidem, cat. 2405.056 (Hind 1938, n. A.1.81), pp. 212-213 (con datazione, decisamente troppo tarda, al 1480-90 c.); sulla Crocifissione pollaiolesca A. Angelini, Considerazioni sull’attività giovanile di Antonio Pollaiolo ‘horafo’ e ‘maestro di disegno’, in “Prospettiva”, 44, 1986, pp. 16-26.
[37]The illustrated Bartsch…[1993], cit., cat. 2405.006 (Hind 1938, n. A.I.12) e 2405.006 C1 (Hind 1938, n. A.I.12a), pp. 123-126. Tra le piccole Storie della Vergine che incorniciano l’Incoronazione al centro, lo schema dell’Adorazione dei Magi è abbastanza simile all’affresco di Tagliacozzo. Si è scelto di illustrare la copia (cat. 2405.006 C1 [Hind 1938, n. A.I.12a]), per la più chiara leggibilità rispetto all’originale, accostato in passato a Baccio Baldini, oggi all’ambito del Maestro della Passione di Vienna.
[38]E. Lunghi, La decorazione della chiesa di Santa Maria in Campis, in Nicolaus Pictor. Nicolò di Liberatore detto l’Alunno. Artisti e botteghe a Foligno nel Quattrocento, catalogo della mostra (Foligno 2004), a cura di G. Benazzi, E. Lunghi, pp. 455-474: fig. a p. 460. Per un'analoga osservazione di Lionello Venturi si veda in questo numero di "Predella" il saggio di E. Pellegrini.
[39]L’iscrizione, frammentaria, riporta la canonica salutatio: “AVE MARIA GRATIA PLENA BENEDICTA TU..”.
[40]H. Saalman, Capital Studies, in "The Art Bulletin", 40, 1958, n. 2, pp. 113-137.
[41]M. Haines, The Sacrestia delle Messe of the Florentine Cathedral, Firenze 1983, pp. 179-183, figg. 74, 97.
[42]Ibidem, pp. 161 e sgg.
[43]Solo in modo più generico e meno stringente l’Annunciata di Tagliacozzo si riallaccia a prototipi angelichiano-benozzeschi quali ad esempio le Natività dell’Armadio degli argenti o della predella di Montefalco (oggi alla Pinacoteca Vaticana). Il dettaglio abbastanza raro delle mani unite solo dai polpastrelli delle dita si ritrova in altri contesti, ad esempio nel Tura a Ferrara.
[44]Alla base dell’affresco è dipinta la seguente iscrizione, relativa al rifacimento del tetto patrocinato dal cardinale: “Franciscus Cardinalis Senensis Pii Papae II nepos tectum huius sacrae basilicae vetustate consumptum propriis sumptibus restauravit anno domini MCCCCLXIII” (C. La Bella, San Saba, Roma 2003, p. 141.
[45]Per una scheda del Breviario cfr. Liturgia in figura. Codici liturgici rinascimentali della Biblioteca Apostolica Vaticana, catalogo della mostra (Biblioteca Apostolica Vaticana 1995), a cura di G. Morello, S. Maddalo, Roma 1995, pp. 151-155.
[46]L’attribuzione a Antoniazzo fu avanzata da G. Bernardini, Alcune opere di Antonazo Romano, in “Rassegna d’arte”, 9, 1909, n. 3, pp. 43-47, il quale riferiva le figure più deboli e arcaizzanti del Dio Padre e dei Profeti a un assistente; poi confermata da B. Berenson, Italian Pictures of the Renaissance: a list of the principal artists and their works. Central Italian and north Italian schools, London 1932, p. 28; ed. 1968, vol. 1, p. 18; e da R. Van Marle, The development of the Italian Schools of painting, The Hague 1934, vol. 15, p. 280.
[47]R. Bartalini in Pittura di luce…, cit., p. 111; M. Minardi, Benozzo Gozzoli giovane e gli studi recenti, in “Arte cristiana”, 86, 1998, 786, pp. 237-240: nota 35 p. 240; G. de Simone, scheda della Madonna di Rieti di Antoniazzo, in Melozzo da Forlì… [2011], cit., pp. 192-194. Per una scheda dell’affresco dei SS. Domenico e Sisto, forse proveniente da S. Caterina a Magnanapoli e in origine affiancato da santi (di cui si intravedono alcune parti), cfr. D. Cole Ahl, Benozzo Gozzoli, New Haven 1996, cat. 69 pp. 253-254.
[48]Sulla cappella Bessarione cfr. C. Busiri Vici, Un ritrovamento eccezionale relativo all’antica basilica dei SS. Apostoli in Roma, in “Fede e arte”, 8, 1960, pp. 70-83; C. Haas, A proposito degli affreschi nella cappella funeraria del Card. Bessarione ai SS. Apostoli di Roma, in “Ricerche di storia dell’arte”, 13-14, 1981, pp. 131-138; F. Lollini, La cappella di Bessarione ai Santi Apostoli: una riconsiderazione, in “Arte cristiana”, 79, 1991, pp. 7-22; V. Tiberia, Antoniazzo Romano per il Cardinale Bessarione a Roma, Todi 1992; Antoniazzo Romano e gli antoniazzeschi. Una generazione di pittori nella Roma del Quattrocento, Udine 1992, pp. 42-44 e 182-184.
[49]Il confronto si può estendere proficuamente all’Annunciazione della Camera di S. Caterina da Siena (oggi nella sacrestia di S. Maria sopra Minerva, 1478-80 c.), che riflette la successiva svolta melozzesca nello stile di Antoniazzo. Sullo stile e la cronologia delle due Annunciazioni antoniazzesche cfr. G. de Simone, Melozzo e Roma, in Melozzo da Forlì… [2011], cit., pp. 37-51: 44 e 47 (con bibl.).
[50]Ho accennato analoghe argomentazioni in Melozzo e Roma…, cit., ; e nello stesso catalogo, alle pp. 192-194 (scheda della Madonna di Rieti di Antoniazzo).
[51]Ineguagliabili le parole del Longhi nel descrivere il San Luca, ad esempio “la testa […] granitica come quella di un Osiride, e, sul volume del viso, fendono gli occhi e pungono le sopracciglia con la stessa crudeltà astrale di rotazione nello spazio, che Antonello userà più tardi in ritratti come quello che oggi è presso il Trivulzio” (Piero della Francesca… [1927, ed. 1963], cit., pp. 52-53.
[52]A. Pinelli, Esercizi di metodo: Piero e Benozzo a Roma, tra cronologia relativa e cronologia assoluta, in Presenze cancellate. Capolavori perduti della pittura romana di metà ‘400, a cura di A. Pinelli, “Ricerche di Storia dell’arte”, 76, 2002, pp. 7-30: figg. 8 e 21. Tale saggio, fondamentale per la conferma a Piero della volta d’Estouteville, può integrarsi con quello di A. Angelini in questo numero di “Predella”; cfr. pure A.L. Sicurezza, Piero della Francesca a Roma. Indagini sulla documentazione e sulla tecnica esecutiva degli Evangelisti di Santa Maria Maggiore, in “1492. Rivista della Fondazione Piero della Francesca”, II, 2009, n. 2, pp. 85-98, che pubblica due documenti inediti (del 25 settembre 1458 e del 21 ottobre 1458) sui lavori di muratura e allestimento della “camera nuova” del Palazzo Vaticano poi decorata da Piero.
[53]Angelini (saggio cit. alla nota precedente) crede all’intervento di Giovanni di Piamonte; Pinelli (Esercizi di metodo…, cit., cui si rimanda anche per una disamina delle posizioni critiche precedenti), è con Longhi per una piena autografia pierfrancescana; altre posizioni sono riepilogate in A.L. Sicurezza, Piero della Francesca…, cit.
[54]G. Galassi, Appunti sulla scuola pittorica Romana del ‘400, in in “L’Arte”, 1913, pp. 107-112 (“seguace di Pier della Francesca, affine a Lorenzo da Viterbo”); E. Lavagnino, in E. Lavagnino, V. Moschini, Santa Maria Maggiore, Roma s.d. [1925], p. 94.
[55]“Noi riteniamo altamente probabile, data la somiglianza di taluni volti femminili e di taluni ritratti maschili [della Cappella Mazzatosta] con quelli dei registri inferiori di Arezzo, un rapporto di alunnato” (E. Battisti, Piero della Francesca, Milano 1971, p. 247. Sulla data di nascita di Lorenzo si veda infra, nota 77. Si badi che il documento romano del 1462 sul “magistrum Laurentium de Viterbio pictorem de Regione Columne”, associato dubitativamente al nostro “Lorenzo di Jacopo di Pietro Paolo” (il patronimico ci è stato trasmesso dal della Tuccia, in I. Ciampi, Cronache e statuti…cit., p. 97) da C. Grigioni (Un documento romano sul pittore Lorenzo da Viterbo, in “L’Arte”, 31, 1928, pp. 113-115), si riferisce in realtà a “Laurentius Anthonii pictor de Viterbio, regione Columne” (doc. del 23 maggio 1458), come ha chiarito A.M. Corbo (Chiese e artisti viterbesi nella prima metà del XV secolo, in “Commentari”, 28, 1977, pp. 162-171: 165): una notizia ignorata da gran parte della bibliografia su Lorenzo, ben recuperata da Petrocchi (Artisti viterbesi…, cit., pp. 367-368). Al pittore della Mazzatosta si lega invece un altro documento che ne attesta la presenza a Viterbo nel 1471 (C. Pinzi, Gli ospizi medioevali e l'ospedale grande di Viterbo, Viterbo 1893, p. 130).
[56]Su Giovanni di Piamonte si veda qui il citato saggio di Angelini. Anche Anna Coliva (Lorenzo da Viterbo…, cit., pp. 110-111) ha rilanciato l’ipotesi di un’esecuzione laurenziana, collocabile a suo avviso anche in anni successivi al 1459, a partire da un cartone pierfrancescano che sarebbe poi stato riutilizzato per il San Luca Mazzatosta (invero caratterizzato da una assai più evoluta articolazione del panneggio). A supporto di un’esecuzione non direttamente pierfrancescana né del Piamonte – ma senza evocare il nome di Lorenzo – Anna Luce Sicurezza (Piero della Francesca…, cit.) ha notato un dato tecnico (emerso dai restauri del 1979-81): Piero e Giovanni si servono puntualmente dello spolvero negli affreschi di Arezzo (ma anche di Rimini e Sansepolcro), mentre nella cappella d’Estouteville la trasposizione dei volti degli Evangelisti è attuata per il mezzo più rapido dell’incisione indiretta.
[57]La posa del Mago peraltro si riallaccia ad una tradizione iconografica iniziata con Gentile da Fabriano e proseguita fino ad un noto disegno di Antonio Pollaiolo.
[58]D. Del Pesco (Eroie Virtù…,cit., p. 157 nota 6) e M. P. Fina (op. cit., p. 77), pensano che il Mago più anziano e quello più giovane nell’angolo superiore sinistro siano da identificare con i due conti Orsini in quanto vestono un manto rosso foderato di pelliccia di ermellino, che alluderebbe all’investitura dell’Ordine dell’Ermellino di cui fu insignito Roberto (e il nipote Gentil Virginio) dal re aragonese nel 1463; in realta la foggia di tali abiti è ben attestata nella tradizione iconografica dell’Adorazione dei Magi (in particolare si veda la tavola veneziana, riferita all’ambito di Paolo e Lorenzo Veneziano, nel Museo Cristiano di Estergom, Inv. n. 55.137), e d’altra parte l’appartenenza all’Ordine dell’Ermellino si trova sempre espressa con il collare caratteristico (munito di pendaglio), come si vede al collo di Gentil Virginio Orsini nell’affresco di Bracciano (A. Cavallaro, Antoniazzo Romano e gli antoniazzeschi…, cit., fig. p. 157).
[59]I.B. Supino, L’incoronazione di Ferdinando d’Aragona. Gruppo in marmo di Benedetto da Maiano nel Museo nazionale del Bargello, Firenze 1903; A. Paolucci, I musici di Benedetto da Maiano e il monumento di Ferdinando d’Aragona, in “Paragone. Arte”, 26, 1975, 303, pp. 3-11.
[60]La stessa corona si vede anche nel dipinto anonimo, di ascendenza latamente pierfrancescana, oggi al Musée Jacquemart-André (una scheda recente è in El Renacimiento Mediterraneo. Viajes de artistas e itinerarios de obras entre Italia, Francia y España en el siglo XV, a cura di M. Natale, catalogo della mostra (Madrid-Valencia 2001), Madrid 2001, pp. 527-528).
[61]Un’inquadratura del volto di tre quarti analoga al coronato di Tagliacozzo caratterizza un altro ritratto pisanelliano di Alfonso, il disegno inv. 2481r del Louvre (Département des arts graphiques).
[62]Sulle pagine del libro retto dal Redentore si legge “EGO SUM LAUS MUNDI”, curioso hapax in luogo del canonico “Ego sum Lux Mundi” giovanneo (8,12) che potrebbe derivare da una lettura imprecisa dell’incisione fiorentina della Natività sopra ricordata: sul margine superiore essa reca infatti la scritta “EGO SUM LUCS MONDI”, con la scissione della “X” e le “S” invertite (fig. 11).
[63]F. Zeri, Una pala d’altare…, cit., ed. 1998, p. 267 nota 3. Le altre testimonianze affini di ‘espressionismo gozzolesco’ evocate da Zeri in Umbria, la Madonna col Bambino e quattro santi francescani della Pinacoteca di Spoleto e – facendo propria senza menzionarla un’idea cavalcaselliana (Storia della pittura…, cit., p. 126) gli affreschi nelle cappelle di S. Antonio da Padova e di S. Bernardino in S. Francesco a Montefalco, hanno trovato un riferimento documentario certo al pittore spoletino Jacopo Vincioli (B. Toscano, Jacopo Vincioli, in “Prospettiva”, 33-36, 1983-1984 (Studi in onore di Luigi Grassi, Firenze 1985), pp. 62-75; S. Nessi, Jacopo di Vinciolo da Spoleto: un pittore sconosciuto rivelato dai documenti di archivio, ibidem, pp. 76-83. Quanto alle pitture dei due oratori francescani dell’Isola Bisentina, accostate a Lorenzo dal Brandi (Mostra dei frammenti…, cit., p. ), esse non si devono a un unico autore (come tende a credere S. Pasti, Lo scomparso ciclo…, cit.), la cappella della Crocifissione spettando a Benozzo o alla sua cerchia più stretta (A. Padoa Rizzo, Benozzo Gozzoli. Un pittore insigne, “pratico di grandissima invenzione”, Cinisello Balsamo 2003, pp. 91-97), quello del Tabor, visitato da Pio II nel 1462, ad altra e più evoluta mano, in certi tratti assai prossima al Vincioli, ma distinta.
[64]P. Grassi, Due cicli di Uomini illustri per la famiglia Orsini nel XV secolo, in Temi profani e allegorie nell’Italia centrale, a cura di A. Cavallaro, Roma 1995, pp. 28-34; Eadem, Palazzo Taverna, Roma 2010, pp. 55-60; D. Del Pesco, Eroi e virtù…, cit.
[65]La Cronaca Crespi (Milano, coll. priv.), miniata da Leonardo da Besozzo (ora integralmente illustrata in A. Delle Foglie, La Cappella Caracciolo del Sole a San Giovanni a Carbonara, Milano 2011, figg. 87-96), il cosiddetto Libro di Giusto (Roma, Istituto Nazionale della Grafica), la Cronaca Cockerell, con miniature franco-fiamminghe (oggi riferite all’ambito di Barthélemy d’Eyck, cfr. D. Thiebaut, Barthélemy d’Eyck, in Primitifs français. Découvertes et redécouvertes, catalogo della mostra (Paris 2004), a cura di D. Thiébaut, P. Lorentz, F.-R. Martin, pp. 123-141: 139-140, con bibl. prec.) il codice 102 della Biblioteca Reale di Torino (cfr. P. Grassi, Due cicli…, cit.).
[66]A differenza di quelle sul lato ovest, le nicchie sui lati corti presentano due colonne centrali dietro le figure (oltre alle due laterali) a creare una sorta di esedra.
[67]L'identificazione con Catone Uticense si deve a Lionello Venturi (si veda il saggio di E. Pellegrini in questo numero di "Predella"). In merito al portale 'martiniano' D. Del Pesco, Eroi e virtù..., cit., pp. 162- 163, ha ipotizzato che esso, più elaborato e finemente decorato (a girali di rose orsiniane) degli altri tre, fosse in origine collocato in altro ambiente del palazzo e che sia stato inserito sulla parete della loggia dai Colonna (i quali erasero lo stemma Orsini) dopo il 1497, provocando la resecatura delle due figure ivi dipinte. Il portale fu messo in relazione da Adolfo Venturi con l’ambito di Francesco di Giorgio Martini e con analoghi portali del Palazzo Ducale di Urbino (Storia dell’arte italiana,vol. VIII, parte I, L’architettura del Quattrocento, Milano 1923, p. 836); a partire da questo spunto una implausibile lettura in chiave pan-martiniana del Palazzo di Tagliacozzo è proposta da A. Ghisetti Giavarina, Fonti documentarie e lettura di fabbriche: Francesco di Giorgio Martini in Abruzzo, in Esperienze di storia dell’architettura e di restauro, a cura di G. Spagnesi, Firenze 1987, vol. 1, pp. 99-105: 101-102. Le componenti architettoniche di ispirazione martiniana risalirebbero in ogni caso a interventi più tardi degli affreschi qui esaminati, verisimilmente per iniziativa di Gentil Virginio Orsini, conte di Tagliacozzo dal 1480, che invitò Francesco di Giorgio a Bracciano nel 1490. La questione è ora riesaminata da Gabriele Fattorini in questo numero di “Predella” (cui si rinvia anche per un’immagine del lato nord della loggia prima dello strappo).
[68]D. Del Pesco, Eroi e virtù…, cit., pp. 161-166.
[69]La trattazione più completa e aggiornata su questo codice, risalente ai primi anni del pontificato niccolino (1447-49 c.), è di A. Staderini, “Gentile, et in compositione di cose piccole eccellente”: Francesco di Stefano, detto il Pesellino (1422-1457), tesi di dottorato, Università di Firenze 2008, pp. 42-46 e 182-190.
[70]Non è questa la sede per ricapitolare la vicenda intricata, e tuttora assai discussa, dell’Arco alfonsino, la cui paternità architettonica è contesa tra Pietro di Martino da Milano e Francesco Laurana, mentre alle sculture parteciparono anche altri sei artefici (il catalano Pere Johan, Paolo Romano, Isaia da Pisa, i donatelliani Andrea dall’Aquila e Antonio da Pisa, il brunelleschiano Domenico Gagini); mi limito a ricordare F. Caglioti, Una conferma per Andrea dall’Aquila scultore; la ‘Madonna’ di casa Caffarelli, in “Prospettiva”, 69, 1993, pp. 2-27: 2, 11-15 (con bibl.). Una campata a due nicchie con pavimento e soffitto in prospettiva caratterizza il niello della Flagellazione di Maso Finiguerra, parte di un ciclo di quindici Storie di Cristo oggi diviso tra il Louvre e il British Museum ma in origine composto in tabernacolo nel chiostro di S. Maria degli Angeli a Firenze (A. Blum, Les nielles du Quattrocento, Musée du Louvre. Cabinet d’estampes Edmond de Rothschild, Paris 1950, cat. 3 p. 11).
[71]M. M. Donato, Gli eroi romani tra storia ed «exemplum». I primi cicli umanistici di Uomini Famosi, in Memoria dell’antico nell’arte italiana, II. I generi e i temi ritrovati, a cura di S. Settis, Torino 1985, pp 95-152; A. Cavallaro, Il tema degli uomini illustri dal Medioevo al Rinascimento, in Temi profani…, cit., pp. 5-19.
[72]Confronti interessanti possono istituirsi anche con il disegno n. 15409 F degli Uffizi, assegnato alla cerchia di Andrea del Castagno (A. Angelini, Disegni italiani…, cit., cat. 16 p. 32), la cui iconografia si può dunque meglio precisare come Amazzone (forse collegabile con il ciclo di Villa Carducci?), e con la statuetta bronzea della Giuditta di Antonio del Pollaiolo (Detrot, Institute of Arts, 1470 c.), a documentare la stretta orbita fiorentina della figurazione di Tagliacozzo. Sulla Cronaca figurata fiorentina di Londra cfr. Maso Finiguerra. A Florentine Picture-Chronicle, a cura di S. Colvin, New York 1970 (18981); A. Warburg, La Cornaca illustrata di un orafo fiorentino [ed. orig. 1899], in Id., La rinascita del paganesimo antico e altri scritti (1899-1914), a cura di M. Ghelardi, Torino 2004, pp. 259-265; B. Degenhart-A. Schmitt, Corpus der italienischen Zeichnungen 1300-1450, I. Sud- und Mittelitalien, Berlin 1968, cat. 566-620, pp. 573-621; A. Angelini, Disegni italiani del tempo di Donatello, catalogo della mostra (Firenze 1986), con introduzione di L. Bellosi, Firenze 1986, pp. 72-80 (con bibl. prec.); L. Melli, Maso Finiguerra. I disegni, Firenze 1995, passim (con ulteriore bibliografia). I richiami tra i disegni londinesi e gli affreschi di Tagliacozzo segnano un punto a favore di una elaborazione della Cronaca entro la prima metà degli anni sessanta, contrariamente alla datazione tarda (primi anni settanta) proposta da L. Whitaker (Maso Finiguerra, Baccio Baldini and the Florentine Picture Chronicle, in Florentine Drawing at the time of Lorenzo the Magnificent, a cura di E. Cropper, Firenze 1992, pp. 181-196), che attribuisce l’opera alla cerchia di Baccio Baldini (individuando almeno due mani diverse), seguita da H. Chapman, scheda in Figure memorie spazio. Disegni da Fra’ Angelico a Leonardo, catalogo della mostra (Firenze 2011), a cura di H. Chapman, M. Faietti, Firenze 2011, pp. 166-171.
[73]Cfr. ad es. C. Dalia, Dipinti murali del Palazzo Ducale di Tagliacozzo, 2. Cenni storici e vicende attributive, in Architettura e arte nella Marsica…, cit., pp. 211-215.
[74]M.T. Jackson, Affreschi inediti a Tagliacozzo, in “L’Arte”, 15, 1912, pp. 371-384.
[75]D. Del Pesco, Eroi e virtù…, cit., pp. 156-157; M.P. Fina, op. cit., p. 75; P. Grassi, Due cicli…, cit., p. 27; F. Pasqualone, Tagliacozzo…, cit., p. 43.
[76]Sono profondamente grato a Francesco Caglioti, Matteo Mazzalupi, Simona Mercuri (e tramite lei Francesco Bausi) per avermi confermato la lettura del monogramma, e per gli ulteriori preziosi suggerimenti. Si ricordi il precedente trecentesco della firma-monogramma gotica di Vitale da Bologna, visibile nel San Giorgio e il drago della Pinacoteca Nazionale di Bologna.
[77]La data di nascita di Lorenzo si ricava dai due distici latini centrali alla base dello Sposalizio della Vergine Mazzatosta, della cui traduzione e commento sono debitore a Simona Mercuri: 1. “E REGIONE VIDES SE SE REFERENTIA MIRIS / ORA MODIS PROPRIUM NOMEN ET ARTIFICIS /MCCCCLXVIIII L V“ (fig. 34):“Vedi di fronte i volti rassomiglianti [che presentano se stessi] in modo mirabile, e il nome proprio dell’artista / 1469 L. V.”; 2. “HACTENUS HAUD LUSTRIS OPUS ISTUD QUINQUE PERACTIS /CONDIDIT: O QUANTI EST PICTOR UTRINQUE VIDE!”: “A venticinque anni non ancora compiuti ha prodotto questa opera. Vedi quanto grande è il valore del pittore per l’una e l’altra cosa [letteralmente “da entrambi i lati”: vale a dire, per aver prodotto un’opera di grande valore in giovane età]”. Che nel primo “e regione” sia da tradurre con “di fronte” e non “direttamente” (o, peggio, “dalla regione”) è provato, oltre che dal senso (l’appello allo spettatore a guardare di fronte a sé), dal ricorrere in ambito poetico, e in identica posizione metrica, ad esempio in Lucrezio, De rerum natura, 6, 742: «e regione ea quod loca cum venere volantes»; la sequenza MIRIS / ORA MODIS richiama Virgilio, Aen., 1, 354: «ora modis attollens pallida miris»; e Aen., 10, 822: «ora modis Anchisiades pallentia miris». Nel secondo distico Il primo verso è ricalcato sull’incipit dell’Ibis ovidiano (v.1: «Tempus ad hoc lustris bis iam mihi quinque peractis»), di cui ripropone sia la clausola (quinque peractis) sia il lustris in identica posizione metrica. Anche nel verso ovidiano il riferimento è all’età dell’autore dell’opera. Si può dunque definitivamente accantonare l’ipotesi avanzata da una parte della critica (F. Lollini, La cappella di Bessarione…, cit., p. 19 nota 17; A. Coliva, Lorenzo da Viterbo…, cit., pp. 119-120, nota 8), che l’indicazione “condidit” possa riferirsi alla fondazione della cappella, avvenuta a seguito di un’apparizione mariana nel 1446 (narrata da Niccolò della Tuccia, in I. Ciampi, Cronache…, cit., p. 203; cfr. pure M. Signorelli, Breve storia di Viterbo, Viterbo 1964, pp. 182-183; nello stesso anno vi fu subito una prima donazione di 50 ducati “in constructione et ornamento capellae Beatae Virginis Mariae in qua noviter multa vota apponuntur”, doc. cit. in G. Signorelli, Viterbo nella storia della Chiesa, Viterbo 1907, p. 275 nota 86), dunque ventitre anni prima della decorazione, in quanto la parola “utrinque” deve riferirsi a due fatti menzionati prima, cioè la giovane età del pittore e il fatto di aver eseguito l’opera ad appena venticinque anni; impossibile è poi il riferimento di “condidit” al fondatore della cappella Nardo Mazzatosta, almeno sessantenne in quanto nel 1423 risiedeva a Roma col padre Tuzio e nel 1434-35 era stato castellano di Civitavecchia (S. Maddalo, I manoscritti Mazzatosta, in Cultura umanistica a Viterbo. Atti della giornata di studio per V centenario della stampa a Viterbo (12 novembre 1988), Viterbo 1991, pp. 47-86: 52 nota 24). Una corretta traduzione del distico è stata proposta di recente da S. Petrocchi (Artisti viterbesi…, cit., pp. 367-368), che ha giustamente evocato il precedente di Benozzo a Montefalco per la solenne autocelebrazione umanistica del pittore (ivi, p. 375; id., Da Lorenzo da Viterbo…cit., p. 175). Anche il quarto distico sotto lo Sposalizio esalta il pittore “senza pari” (SI TAM PERSPICUO SPONDISSENT DIGNA LABORI / MUNERA, NUMQUID IN HAC DUXERIS ARTE PAREM), mentre il primo, sulla sinistra, è andato perduto (si legge solo, all’estremità destra, […]A CREDES / […]UNT”). Per i distici sotto l’Assunzione e la Natività, che si riferiscono invece ai soggetti ivi dipinti, si veda infra nel testo e note 143 e 138. Ancora misterioso è l’autore di questi distici: il nome spesso evocato di Niccolò Perotti (ad es. da A. Coliva, Lorenzo da Viterbo…cit., pp. 115-116), raffinato umanista e filologo latino, governatore papale di Viterbo dal 1464 al ’69, va escluso per le ragioni indicate più avanti nel testo e nota 97; ma si ricordi che nella cerchia umanistica frequentata a Roma dal Perotti gravitava un colto esponente del casato Mazzatosta, Fabio, giovane membro dell’Accademia di Pomponio Leto (col soprannome di “Fabius Ambustus”), per il quale lo stesso Pomponio ricopiò e commentò sette codici (con opere di Ovidio, Stazio, Lucano, Silio Italico, Tibullo, Properzio, Catullo, Marziale) decorati dal duo calligrafo-miniatore Bartolomeo Sanvito e Gioacchino de’ Gigantibus (1469-1471; cfr. S. Maddalo, I manoscritti Mazzatosta cit.): i bellissimi disegni che illustrano il codice dei Punica di Silio Italico (Vat. Lat. 3302) denotano una cultura figurativa e antiquaria schiettamente padano-mantegnesca, con la quale gli affreschi Mazzatosta non mostrano in verità alcun punto di contatto (a differenza di quanto sostenuto dalla stessa Maddalo); ma certo gli interessi umanistici di Fabio (il cui amore per i codici è lodato dal sodale accademico Filippo Buonaccorsi), dovevano essere ben noti al committente della cappella Nardo. L’intera famiglia Mazzatosta nel Quattrocento ebbe Roma come centro di gravitazione (e di residenza principale): a partire già da Tuccio di Paolo, padre di Bartolomeo e di Nardo, residente nell’Urbe nel rione Ponte; Bartolomeo, che sposò Sabetta de’ Cenci, si spostò in Parione (P. Pontari, Mazzatosta, Fabio, in Dizionario biografico degli italiani, 72, 2008, ad vocem, con notizie sugli altri membri della famiglia).
[78]Almeno un cenno rapido alla questione, da sviluppare in altra sede, delle possibili altre opere avvicinabili a Lorenzo in area marsicana: mi limito per ora a menzionare gli affreschi in S. Maria del Soccorso, sempre a Tagliacozzo, in particolare l’Incontro alla Porta Aurea, che si legge d’un fiato con le pitture del Palazzo Orsini (ill. in F. Pasqualone, Tagliacozzo…, cit., p. 18).
[79]I. Ciampi, Cronache…, cit., p. 97. Anche a non voler tener conto della canonica sospensione dei lavori di frescatura durante i mesi più freddi, è ben difficile credere che una decorazione ampia quanto la cappella (uno pseudoquadrato di sette metri circa di lato) potesse essere iniziata e conclusa nel giro di tre o quattro mesi.
[80]Finora mai identificato (a parte un’insensata indicazione come Antonio da Padova, cfr. I. Faldi, Pittori viterbesi di cinque secoli, Roma 1970, p. 197, ripresa anche da Strinati, Lorenzo da Viterbo…, p. cit., p. 198; S. Santolini, I pittori del sacro. Pancrazio e Rinaldo Iacovetti da Calvi. Una famiglia di pittori umbri tra XV e XVI secolo, Città di Castello 2001, p. 48; e Petrocchi, Da Lorenzo da Viterbo…, cit., p. 177) per l’iscrizione assai lacunosa (da sciogliere in “Thomas de Urbeveteri”); detto “frate del fico” per il ramo carico di frutti caritatevolmente offerto ad una donna gravida che ne aveva fatto richiesta; con la mano sinistra regge invece un libro chiuso (cfr., anche per ulteriori, simili attestazioni iconografiche, www.santiebeati.it, ad vocem).
[81]Nell’ordine in cui sono stati citati: “S[anc]tus Antonius de Biterbio Or[.S.M.]”; “Balaam Profeta; “Samuel P[rofeta]”; “Ieromia Profeta”; “Moises Profeta”; “[He]lise[us] Profeta”; “[Z]acca[ria] Profeta”. L’identità dei personaggi è stata solo di rado, e in modo impreciso, riportata in bibliografia (ad es. I. Faldi, Pittori viterbesi…, cit., pp. 196-200; C. Strinati, Lorenzo da Viterbo, cit., pp. 197-198 nota 4.
[82]La volta della cappella Bessarione, evocata coma precedente di quella Mazzatosta da Adolfo Venturi (Storia dell’arte italiana…, cit., 1913, p. 230), è ricostruibile dal secondo contratto tra il cardinale e Antoniazzo Romano, datato 23 agosto 1465: “in medio faciet Christum cum quatuor angelis, item in quolibet quatuor angulorum unum Evangelistam, et ex utraque parte unius Evangelistae unum Doctorem graecum at alium latinum, sedentes in studio scribentes…” (cit. in F. Lollini, La cappella di Bessarione..., cit., p. 22).
[83]Sulla cappella Niccolina cfr. G. de Simone, “Velut alter Apelles”. Il decennio romano del Beato Angelico, in Beato Angelico. L’alba del Rinascimento, catalogo della mostra (Roma 2009), a cura di A. Zuccari, G. Morello, G. de Simone, Milano 2009, pp. 129-143.
[84]Un elemento di cui tenere conto per la scelta dei personaggi può essere anche che “sia Pier Damiani che Bernardo di Chiaravalle riconoscono al papa un ruolo superiore a quello che gli era stato attribuito fino ad allora, esaltando la sua missione salvifica sia in campo religioso che politico” (S. Piccolo Paci, Storia delle vesti liturgiche, Milano 2008, p. 112).
[85]Il palazzo Mazzatosta, tuttora conservato in via dell’Orologio Vecchio e ripristinato nell’aspetto originario a inizio Novecento, è descritto dal della Tuccia: “nella contrada di santo Simeone, in quella casa a piè di detta contrada nella quale sta un caposcala con palco il più bello e onorevole e uno porticale in modo di loggia” (in I. Ciampi, Cronache e statuti…cit., p. 97); anche il Pinzi loda il tipico profferlo viterbese: “il più ornato ed elegante di tutti i balconi medievali” (I principali monumenti…cit., pp. 122-123).
[86]Tuccio di Paolo, padre di Bartolomeo e di Nardo, risiedeva nel rione Ponte; Bartolomeo, che sposò Sabetta de’ Cenci, si spostò in Parione (P. Pontari, Mazzatosta, Fabio, cit., con notizie sugli altri membri della famiglia); cfr. pure I. Ciampi, Cronache e Statuti…, cit., p. 131, e S. Maddalo, I manoscritti Mazzatosta cit., pp. 50-53. Domenico Mazzatosta, della generazione di Tuccio, era stato conte palatino sotto Martino V, godendo di libero accesso alla corte papale; a Viterbo fu priore di S. Maria in Gradi, dove nel 1451 una Maria Mazzatosta, vedova di Giovanni Capranis, detiene il patronato di una cappella (C. Haas, Beiträge zu Lorenzo da Viterbo, Universität Wien 1978, pp. 23-24 e 35, con bibl. – ringrazio Renato Busich per avermi cortesemente fornito una copia di questa utile tesi di laurea).
[87]A partire dal 1444 Nardo sovraintese al rifacimento dell’ex palazzo del Podestà, destinato al Governatore papale, sulla piazza del Comune (M. L. Madonna, Momenti della politica edilizia e urbanistica dello Stato pontificio nel ‘400. L’exemplum della piazza del Comune a Viterbo, in Il Quattrocento a Viterbo…, cit., pp. 23-77: 27 e note 17-18 p. 71; S. Maddalo, I manoscritti Mazzatosta…, cit., p. 51 nota 19), incarico che nel 1460 risulta condiviso con Niccolò della Tuccia e Iacopo Mastroddi (I. Ciampi, Cronache e Statuti…, cit., p. 82).
[88]Purtroppo è caduto in basso l’intonaco su cui era vergato il distico latino che avrebbe probabilmente fornito indicazioni sui due personaggi: gli altri tre distici alla base della Natività si riferiscono infatti a singoli personaggi e elementi raffigurati al di sopra (rispettivamente la capanna, Maria, Giuseppe; cfr. infra, nota 138).
[89]Per ricoprire la carica di castellano di Civitavecchia nel 1434 Nardo doveva presumibilmente essere almeno ventenne: se ne deduce un’età di 55/60 anni al tempo della decorazione della cappella.
[90]Il lungo abito purpureo è inconfondibilmente cardinalizio – la figura così stagliata prelude al Giuliano della Rovere dell’affresco melozzesco con Sisto IV e il Platina –, il copricapo non è il galero ufficiale a tesa larga ma quello più piccolo e informale che si vede ad esempio indossato da Francesco Gonzaga nella Camera degli Sposi (http://www.iagi.info/araldica/ecclesiastica/ecclesiastica_07.html).
[91]Sul Forteguerri, protagonista di primo piano della storia politica, militare e religiosa del suo tempo, cfr. A. Esposito, ad vocem, in Dizionario Biografico degli italiani, vol. 49, 1997, http://www.treccani.it/enciclopedia/niccolo-forteguerri_(Dizionario-Biografico)/; sul suo palazzo viterbese E. Bentivoglio, Il Palazzo di S. Sisto, in Il Quattrocento a Viterbo…, cit., pp. 95-97; I. Ciampi, Cronache e Statuti…, cit., pp. 103, 105, 106.
[92]“[1467] Era questo signore tutto benevolo de’ Viterbesi” (I. Ciampi, Cronache e Statuti…, cit., p. 91); “[1470] Nel mese di luglio vene in Viterbo il cardinale di Tiano chiamato messer Niccolò, quale per la benevolenza e continua pratica aveva nella nostra città, fece fare per suo uso un magnifico palazzo a canto la chiesa di S. Sisto, con un bel giardino; e così smontò nel suo onorevole palazzo con tutta sua famiglia. Era benevolo e grazioso di tutti li cittadini di Viterbo, ed era omo umile di natura e alto d’ingegno: e nella corte del papa era tenuto il più famoso di reggimento di stato, e di gente d’armi e di guerra, e di pace: e nessun altro di corte era usato per mare e per terra, e per tutti li lochi della cristianità. Aveva pratica di re, di duchi, di signori e popoli. Costui fu quello che col braccio di papa Pio disfè il signor Sigismondo d’Arimini signore d’arme. Costui, col braccio di papa Paolo II, acquistò tutte le terre che tenevano Francesco e Deofebo, figli del conte Averso […]”; “[1472] Il reverendissimo signore monsignore Niccola di Fortiguerra di Pistoia e cardinale di Tiano […] si partì di Viterbo alli 24 ottobre, e andò a Roma con l’amore di tutti i cittadini Viterbesi” (p. 105); “[1473] …omo prudente, dotto e bello di persona. Voleva gran bene a tutti Viterbesi, e come si vede fececi molti edifizi” (p. 106).
[93]S.E. Zuraw, Mino da Fiesole’s Forteguerri tomb. A «Florentine» monument in Rome, in Artistic exchange and cultural translation in the Italian Renaissance city, a cura di S.J. Campbell - S.J. Milner, Cambridge 2004, pp. 75-95; C. La Bella, Il Monumento funebre del cardinale Niccolò Forteguerri, in C. La Bella et al., S. Cecilia in Trastevere, Roma 2007, pp. 117-119.
[94]Si veda anche la statua del Forteguerri genuflesso scolpita nel 1514 c. dal Lorenzetto per completare il cenotafio pistoiese, oggi nel Museo Civico, mentre il busto del cardinale poi inserito nel monumento è settecentesco (D.A. Covi, Andrea del Verrocchio. Life and work, Firenze 2005, p. 124; T. Mozzati, Giovanfrancesco Rustici. Le Compagnie del Paiuolo e della Cazzuola, Firenze 2008, p. 32).
[95]I. Ciampi, Cronache e Statuti…, cit., p. 266: “in quei tempi [1461] le genti della Chiesa, che stavano in quel di Tagliacozzo sotto il governo del cardinal Tiano, féro una correria verso l’Aquila…”; p. 270: “In quelli dì [1465] venne in Viterbo il cardinal di Tiano legato del Patrimonio. Questi fu quello che a tempo di papa Pio disfe’ i signor Gismondo [Malatesta] da Rimini quando fu legato in Romagna. Venerdì 28 di detto mese [giugno], esso cardinale per parte del papa fe’ bandir la guerra contro Francesco e Diofebo figli del conte Averso perché tolsero Caprarola a Menelao sforzatamente: nella qual guerra fu Napolione Orsino, il conte d’Urbino e cinque squadre di cavalli mandati da don Ferrante re, ad altri signoretti d’attorno con detto cardinale. […]”.
[96]Sulla pala e sul Gennari, personaggio di rinomata cultura, cfr. A. De Marchi, in Francesco di Giorgio e il Rinascimento a Siena 1450-1500, a cura di L. Bellosi, catalogo della mostra (Siena 1993), Milano 1993, p. 252 (da cui è tratta la citazione); F. Biferali, “Salvator mundi salva nos”. La pala di Liberale da Verona nella Cattedrale di S. Lorenzo a VIterbo, in “Biblioteca e Società”, 21, 2002, 3, pp. 45-55; H.-J. Eberhardt, scheda in Mantegna e le arti a Verona 1450-1500, catalogo della mostra (Verona 2006-2007), a cura di S. Marinelli, P. Marini, Venezia 2006, pp. 268-270.
[97]Il resoconto della cacciata del Perotti (“da dieci parti de’ cittadini li nove, omini e donne, presente lui, lo raccomandavano a centomilia para di diavoli, e all’uscir dalla porta di S. Sisto moltissime donne si inginocchiarono in terra e li mandorno la loro maledizione. Tutti del Patrimonio furno assai contenti di sua partita: in Viterbo furno sonate le campane e fu fatta gran festa”) è accompagnato dal della Tuccia con giudizi molto severi sui “cattivi portamenti del suo rettorato” (“dicevasi per la città si portava di denari usurpati circa 20.000 ducati d’oro”), ma anche sulla sua condotta privata (“lassò in Viterbo per fattore delle sue possessioni uno suo rigazzo, il quale se lo aveva tenuto per femina e fattolo cavaliere, chiamato messer Giovanni Perotto”, cfr. I. Ciampi, Cronache e Statuti…, cit., pp. 94-95); per una valutazione sfaccettata della questione cfr. M. Miglio, Cultura umanistica a Viterbo nella seconda metà del Quattrocento, in Cultura umanistica… cit. [1991], pp. 11-46: 40-42.
[98]Dopo l’ipotesi di un pittore romano affine a Lorenzo da Viterbo, avanzata da V. Golzio-G. Zander, L’arte in Roma nel secolo XV, Bologna 1968, p. 136, un riferimento diretto al pittore viterbese delle Storie di san Michele è stato sostenuto da F. Lollini, La cappella di Bessarione…, cit. (con ulteriore bibl.: nota 15 p. 18), e ripreso, con alcune sfumature, da A. Coliva, Lorenzo da Viterbo…, cit.
[99]La cronologia della cappella Bessarione poggia su precisi appigli documentari (se ne veda il riepilogo in F. Lollini, La cappella di Bessarione…, cit.), dalla concessione al cardinale nel 1463 al primo testamento (30 aprile 1464) con l’indicazione delle pitture “in quadro exteriori” (cioè nell’anticappella), dai due contratti (14 settembre 1464 e 23 agosto 1465) nei quali è nominato Antoniazzo e si citano le pitture della volta (cfr. supra, nota 82), al secondo testamento del 1467 (10 aprile) che attesta il completamento almeno parziale del lavoro. Per una bibliografia completa si veda supra, nota 48.
[100]Successivamente Antoniazzo vivrà una fase melozzesca (1474-80 c.) seguita da una umbro-peruginesca, cfr. G. de Simone, Melozzo e Roma, cit.; nello stesso catalogo (Melozzo da Forlì…[2011], cit.), le schede alle pp. 192-199 e 222-223.
[101]Ho già avuto modo di argomentare tale ipotesi in Melozzo e Roma, cit., p. 42.
[102]Cfr. da ultimo S. Petrocchi, Artisti viterbesi…, cit., pp. 367 e sgg. (con riepilogo delle posizioni critiche precedenti).
[103]C. Brandi, Mostra dei frammenti…, cit.; A. Coliva, Lorenzo da Viterbo…, cit., con notizie anche sul più recente restauro (1991), eseguito da Carlo Giantomassi e Donatella Zari, allievi degli esecutori del primo, Paolo e Laura Mora; C. Brandi, In situ. La Tuscia 1946-1979: restauri, interventi, ricordi, a cura di P. Antinucci, Viterbo 1996; M. I. Catalano, Brandi e il restauro. Percorsi del pensiero, Firenze, 1998; G. Bentivoglio, A. M. Oteri,«Tanti sottili filamenti ravvicinati». L’integrazione pittorica tra ricomposizione e ricostruzione nelle prime esperienze di Cesare Brandi: il restauro del ciclo di affreschi di Lorenzo da Viterbo nella cappella Mazzatosta (1944-49) in Atti del XXI Convegno Internazionale Scienza e Beni Culturali. Sulle pitture murali. Riflessioni, Conoscenze, Interventi,Bressanone 2005, pp. 571-581.
[104]C. Brandi, Mostra dei frammenti…, cit.
[105]Un’altra immagine dello Sposalizio integro è la minuscola riproduzione fotografica in C. Pinzi, I pincipali monumenti di Viterbo, Viterbo 1911, p. 146. Il passo completo del De Pictura (II, 42) recita, nella versione in volgare dedicata al Brunelleschi: “E piacemi sia nella storia chi ammonisca e insegni a noi quello che ivi si facci, o chiami con la mano a vedere, o con viso cruccioso e con gli occhi turbati minacci che niuno verso loro vada, o dimostri qualche pericolo o cosa ivi maravigliosa, o te inviti a piagnere con loro insieme o a ridere”. Sulla figura mediatrice del festaiuolo cfr. M. Baxandall, Pittura ed esperienze sociali nell’Italia del Quattrocento, Torino 1978 (ed. orig. Oxford 1972), pp. 73-81.
[106]Il frontone marmoreo mistilineo – del tipo di quelli impiegati da Donatello e Michelozzo (Napoli, monumento Brancacci; Montepulciano, portale di S. Agostino) e dal Rossellino ad Arezzo (fraternita della Misericordia) – contenente il bassorilievo con la Madonna col Bambino in una mandorla retta da angeli è quanto sopravvive dell’altare originario, e in principio doveva verisimilmente collocarsi più in basso, non a coprire l’affresco dell’Assunta come avviene oggi; l’opera spetta alla bottega di Isaia da Pisa, probabilmente al suo allievo locale Pellegrino da Viterbo (I. Faldi, Catalogo del Museo Civico di Viiterbo, p. 57; F. Negri Arnoldi, Isaia da Pisa e Pellegrino da Viterbo, in Il Quattrocento a Viterbo…cit., pp. 324-340: 338.) Tutta la sistemazione sottostante, in peperino parzialmente dorato, con due colonne reggenti una trabeazione (con epigrafe “MARIA MATER GRATIAE”), cornici, capitelli e due angeli adoranti l’icona mariana al centro (oggi sostituita da una pessima copia; l’originale è nel Museo Civico), è invece tardocinquecentesca: gli stemmi sotto gli angeli sono dell’Ordine servita e della famiglia viterbese Primomi, che ottenne il patronato della cappella dai Mazzatosta nel 1592 (C. Haas, Beiträge zu Lorenzo da Viterbo, cit., pp. 26-30, con bibl.). Almeno un cenno merita lo splendido pavimento quattrocentesco in maioliche policrome, del genere ispanico-napoletano, in buona parte ancora in situ mentre altre porzioni sono divise tra il Museo Nazionale di Palazzo Venezia, il Victoria and Albert e il British Museum a Londra, il Boijemans-Van Beuningen Museum di Rotterdam, e collezioni private; sulle cinque formelle centrali campeggia lo stemma Mazzatosta con leone rampante, speculare a quello scolpito all’incrocio della volta; si veda A. Dressen, Pavimenti decorati del Quattrocento in Italia, Venezia 2008, pp. 354-355.
[107]Faccio notare la somiglianza di questa Vergine frontale e assorta, dalla tornitura luminosa del volto e del collo, con le mani giunte a mezzo dei polpastrelli appoggiati, all’Assunta di Domenico di Bartolo oggi in deposito alla Pinacoteca Nazionale di Siena (1430-35 c.), di cui è ignota la provenienza originaria (la chiesa di appartenenza, S. Raimondo al Refugio, fu fondata nel 1598, cfr. A. Galli, scheda in Da Jacopo della Quercia a Donatello. Le arti a Siena nel primo Rinascimento, catalogo della mostra [Siena 2010], a cura di M. Seidel, Milano 2010, pp. 284-285).
[108]I. Faldi, Pittori viterbesi…, cit., p. 198.
[109]I. Faldi, Pittori viterbesi…, cit., pp. 30-34, 186-197 (Maestro di Corchiano) e 199-207 (Maestro del Trittico di Chia); su Pancrazio Jacovetti S. Santolini, I pittori del sacro…, cit.; un tentativo di identificazione del Maestro del Trittico di Chia è in S. Petrocchi, Da Lorenzo da Viterbo…, cit.
[110]A. Coliva (Lorenzo da Viterbo…cit., pp. 112-113) ha ricordato come alcune figure risultino realizzate in un’unica giornata (come il San Luca e il San Matteo, quest’ultimo incredibilmente giudicato “pessimo”), altre in due: se ciò può aiutare nella distinzione esecutiva, la sua ipotesi di un allontanamento temporaneo di Lorenzo, con conseguente esecuzione integrale ad opera di un assistente di “tutte le parti della decorazione di alta qualità pittorica ma di più tradizionale impianto compositivo, come […] la volta di tradizione benozzesca e angelichiana, o la Natività” è insostenibile: tale ipotetico aiuto altri non è che Lorenzo stesso, che nella parete dello Sposalizio giungerà al culmine della sua evoluzione stilistica e del suo impegno (certo più rilasciato nella così meno affollata parete di fronte).
[111]G. Ragionieri, Andrea del Castagno, in Pittura di luce…, cit., pp. 139-141. La resa sintetica e compendiaria caratterizza anche lo scenario della Natività (e già i murali della cappella Orsini di Tagliacozzo, figg. 10-11, 50).
[112]R. Longhi, Breve ma veridica storia della pittura italiana [1914], Firenze 1994, p. 48.
[113]Ibidem.
[114]M. Boskovits, scheda in Italian paintings of the fifteenth century. National Gallery of Art, Washington, a cura di M. Boskovits e D. A. Brown, New York, Oxford University Press, 2003. A voler togliere l’opera al Castagno, credo che l’attribuzione vada quantomeno condivisa tra i due fratelli Pollaiolo, il disegno così mordente e incisivo del volto potendo conciliarsi con il solo Antonio.
[115]Per la prima citazione cfr. G. de Simone, Melozzo e Roma, cit., pp. 41-42; per la seconda, di Niccolò della Tuccia, I. Ciampi, Cronache e Statuti…cit., p. 97. Come è stato spesso osservato, i panneggiamenti dell’affresco Corboli riflettono l’impatto di Donatello retour de Padoue.
[116]Evocato finora solo di rado e di sfuggita, cfr. R. Van Marle, The development…[1934], cit. p. 308; ripreso, per smentirlo, da C. Strinati, Lorenzo da Viterbo cit., p. 179; un accenno in A. Coliva, Lorenzo da Viterbo cit., p. 105.
[117]G. de Simone, Melozzo e Roma, cit., p. 41; T. Yuen, The ‘Bibliotheca Graeca’: Castagno, Alberti and Ancient Sources, in “The Burlington Magazine”, 111, 1980, pp. 725-736.
[118]Si rammenti la lode vasariana di questo brano baldovinettiano: “vi contrafece ancora in una rovina d’una casa le pietre muffate e dalla pioggia e dal ghiaccio logore e consumate, con una radice d’ellera grossa che ricuopre una parte di quel muro, nella quale è da considerare, che con lunga pacienza fece d’un color verde il ritto delle foglie e d’un altro il rovescio…”.
[119]Sul breve ma notevole ‘moto franceschiano’ fiorentino, “lieve e tuttavia non difficile a rilevarsi nei migliori momenti del Baldovinetti […] e in alcune delle qualità di Giovanni di Francesco […]” cfr. R. Longhi,Piero della Francesca…[1927, ed. 1963], cit., pp. 72-73.
[120]Sulla formazione di Antonio presso la bottega orafa di Maso (e di Piero Sali), iniziata verso il 1459 (se non già qualche anno prima) e protratta in societas con ogni probabilità fino alla morte di Maso nel 1464 , cfr. A. Angelini, Disegni italiani…, cit., pp. 113-118; L. Melli, Antonio del Pollaiolo orafo e la sua bottega “magnifica ed onorata in Mercato Nuovo”, in “Prospettiva”, 109, 2003, pp. 65-75; A. Galli, I Pollaiolo, Milano 2005, pp. 11-12; A. Wright, The Pollaiuolo brothers. The arts of Florence and Rome, New Haven and London 2005, pp. 33-35.
[121]Si vedano i fogli 63F e 64F (Ritratti di giovinetti), 65F (Ritratto virile con cappuccio) del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi (A. Angelini, Disegni italiani…cit., cat. 122, 124, 125); e il Profilo di giovane con berretto dell’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma, FC.130519 (L. Melli, Maso Finiguerra…cit., cat. 153).
[122]R. Bartalini, Alesso Baldovinetti, in Pittura di luce…cit., pp. 159-163: 161.
[123]Sui fratelli Pollaiolo sono fondamentali i contributi recenti, che hanno riabilitato l’attività pittorica di Piero e distinto i dipinti dei due fratelli (in precedenza maggioritariamente assegnati ad Antonio), di A. Galli, Risarcimento di Piero del Pollaiolo, in “Prospettiva”, 109, 2003, pp. 27-58; Id., I Pollaiolo cit.,; cfr. anche le osservazioni di G. Dalli Regoli, Giusto risarcimento per Piero Pollaiolo, con juicio, in “Critica d’arte”, 67, 2004, 23-24, pp. 49-60. Sui disegni pollaioleschi cfr. A. Angelini, Disegni italiani…, cit., pp. 113-125; L. Melli, I disegni dei Pollaiolo agli Uffizi, in La stanza dei Pollaiolo. I restauri, una mostra, un nuovo ordinamento, catalogo della mostra a cura di A. Natali e A. Tartuferi (Firenze 2007-2008), Firenze 2007, pp. 55-71 (con bibl.).
[124]Al di là di accenni generici en passant nella letteratura su Lorenzo, si registra solo un improprio riferimento squarcionesco dei monocromi Mazzatosta in S. Settis, G. Agosti, V. Farinella, Passione e gusto per l’antico nei pittori italiani del Quattrocento, in “Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa”, 17, 1987, 4, pp. 1061-1107.
[125]F. Caglioti, D. Gasparotto, Lorenzo Ghiberti, il ‘Sigillo di Nerone’ e le origini della placchetta ‘antiquaria’, in “Prospettiva”, 85, gennaio 1997, pp. 2-38.
[126]Ad esempio il mosaico alessandrino cipriota di Paphos, IV sec. a.C.; e il mosaico nilotico ill. in www.visipix.com, s.v. Meister der Nilmosaike; cfr. P.B. Rawson, The myth of Marsyas in the Roman visual arts, Oxford 1987; E. Wyss, The myth of Apollo and Marsyas in the Italian Renaissance, Newark 1996.
[127]Per i due disegni di Londra e Parigi cfr. A. Wright, The Pollaiuolo brothers…cit., pp. 158-162, 174-175, 507-509 (cat. 7 e 13). Si veda anche il disegno di ambito pollaiolesco con Nudo legato, forse studio per un San Sebastiano, del Kupferstichkabinett di Berlino (G. Colacicchi, Antonio del Pollaiuolo, Firenze 1943, p. 33 tav. 73).
[128]L. Melli, Maso Finiguerra…cit., p. 94, cat. 124, tav. VIII, fig. 139.
[129]Firenze, GDSU, 269E v, cfr. A. Wright, The Pollaiuolo brothers…cit., pp. 163-164, figg. 123-124, e p. 532 (cat. 82). Del disegno pollaiolesco si conoscono due traduzioni pittoriche quasi letterali di ambito senese (Groeningen, Institute for Art History, oggi riferite a Matteo di Giovanni, in passato accostate a Francesco di Giorgio Martini (ibid.).
[130]Figura maschile nuda con scudo e mazza ferrata, in L. Melli, Maso Finiguerra…cit., p. 94, cat. 146 e fig. 162.
[131]A. Galli, I Pollaiolo cit., pp. 18-19, 34 (tav. 6), 88; A. Wright, The Pollaiuolo brothers…cit., pp. 170-181 e 506-507 cat. 4 (entrambi con bibl.; la Wright fa il punto sulla problematica menzione squarcionesca, relativa al prestito del 'cartone' pollaiolesco fatto dal maestro padovano al pittore dalmata Marinello, legato a un documento del 1464 da A. De Marchi – Centralità di Padova, in Quattrocento Adriatico. Fifteenth-Century Art of the Adriatic Rim, atti del convegno [Firenze 1994], a cura di C. Dempsey, Bologna 1996, pp. 57-79: 78 n. 95).
[132]R. Longhi, Primizie di Lorenzo da Viterbo cit., p. 18.
[133]U. Congedo, Vita e costumi a Viterbo nel secolo XV (da cronache e documenti), Livorno 1917, p. 18.
[134]Ho già accostato questa figura laurenziana a uno degli angeli melozzeschi dell’abside dei SS. Apostoli (G. de Simone, Melozzo e Roma cit., p. 42 e fig. 8-9); la si confronti pure con il suonatore di tromba nella Vittoria di Costantino di Piero ad Arezzo.
[135]A. Venturi, Storia dell’arte italiana…cit. [1913], p. 242.
[136]Si accostano bene agli Ercoli pollaioleschi anche alcuni degli Apostoli dell’Assunzione, in particolare nel gruppo di destra.
[137]L’ipotesi è della Coliva (Lorenzo da Viterbo…cit., p. 114) che evoca a sostegno il busto del pontefice scolpito da Paolo Romano (Roma, Museo Nazionale di Palazzo Venezia): il personaggio affrescato appare più anziano e smunto a cospetto del volto grassoccio e flaccido di papa Barbo trasmesso dal busto e da altre testimonianze, ma vi sono significative analogie morfologiche (il naso corto e a punta in giù, la linea del mento, il taglio delle sopracciglia). L’anno prima della decorazione Mazzatosta, nel 1468, Paolo II aveva dovuto fronteggiare la congiura ordita ai suoi danni dagli accademici pomponiani, svelata al papa dai cardinali Niccolò Forteguerri, Jacopo Ammannati Piccolomini e Francesco Gonzaga (S. Valtieri, Personaggi ed aspetti dell’Umanesimo a Viterbo, in Il Quattrocento a Viterbo…, cit., pp. 16-19: 17): la presenza, sopra argomentata, del Forteguerri nell’affresco della Natività e il documentato legame di Lorenzo da Viterbo con l’Ammannati (si veda infra) sostanziano l’idea di un omaggio ritrattistico al pontefice veneziano.
[138]I distici sottostanti contengono: una riflessione sull’umiltà della capanna (“O DIVES RERUM HUMANARUM RESPICE CHRISTI / SI CASA SI FUERINT AUREA TECTA TUI”); un’eco dantesca dell’orazione alla Vergine di san Bernardo (Pd, 33, 1-39: “Vergine madre, figlia del tuo figlio…”) posta appunto sotto la Vergine adorante il Bambino e san Bernardo nella volta (“NATI MATER ADEST PUERI NATIQUE PARENTIS / FILIA TAM CASTI SPONSA PUDICA VIRI”); una considerazione su Giuseppe in asse con la sua figura (“QUAE MAIORA TUAE POTERAS OPTARE SENECTAE /GAUDIA QUAM TANTI PIGNORIS ESSE PATREM”); purtroppo perduto, come il dirimpettaio, il distico estremo, presso la parete d’ingresso, che coerentemente avrebbe apostrofato le figure soprastanti, qui individuate con il committente Nardo Mazzatosta e il cardinale Niccolò Forteguerri.
[139]Sono state notate (ad esempio da F. Lollini, La cappella Bessarione…cit.) le analogie tra questa veduta e i paesaggi dipinti nella cappella bessarionea, anche in dettagli come le barche o i sassi e le conchiglie sul suolo (individuati con una stesura luminosa e a corpo che ricorda Domenico Veneziano e Alesso Baldovinetti, di cui si possono vedere simili dettagli nei pochi resti del ciclo di S. Egidio e nei pannelli baldovinettiani dell’Armadio degli Argenti alla SS. Annunziata), elementi che si ritrovano peraltro anche nella successiva impresa antoniazzesca, il ciclo con Storie di santa Francesca Romana a Tor de’ Specchi (1468, cfr. A. Cavallaro, Antoniazzo Romano…, cit. pp. 44-49 e cat. 44 pp. 211-216).
[140]Singolari corrispondenze si riscontrano tra la Natività Mazzatosta e le incisioni del ciclo con Storie della Vergine e di Cristo di Francesco Rosselli (1448-post 1508): uno schema simile (ma sviluppato in verticale) e l’ampia e calma apertura marina punteggiata di imbarcazioni nella Natività; il san Giuseppe che incede nella Visitazione e, invertito e recante colombe, nella Presentazione al Tempio; e, in entrambe queste due scene, i pavimenti prospettici a lastre marmoree. La serie rosselliana, stampata in più tirature successive, è stata legata al’iconografia dei quindici Misteri del Rosario e datata agli anni Ottanta da M. Cirillo Archer (The dating of a Florentine Life of the Virgin and Christ, in “Print Quarterly”, 5.1988, 395-402), seguita da M. Zucker (The illustrated Bartsch…cit. [1993], pp. 1-23, con riepilogo della vicenda critica e bibliografica); tuttavia appare evidente che aveva buone ragioni K. Oberhuber (in Early Italian Engravings…cit., pp. 48 sgg.) nell’assegnare la prima elaborazione del ciclo al 1465-70 c., per gli evidenti legami con la pittura fiorentina di quegli anni (e con i predecessori di Rosselli Maso Finiguerra e Baccio Baldini).
[141]Il motivo classicissimo della canefora che regge sul capo una cesta o un vaso compare negli stessi anni ad esempio in Benozzo, nel Camposanto di Pisa, e nel ciclo di Atri di Andrea Delitio.
[142]Su tale variante, e sulle sue occorrenze da Gentile da Fabriano in avanti, si veda il saggio di G. Dalli Regoli in questo numero di “Predella”.
[143]“VIRGINIS ISTA PIAE MERITIS PICTURA MINISTRAT / QUAE SPE[S] H[UMANIS] UNICA REBUS INEST”; “HAEC EST QUAE GREMIO VITERBI CONTINET URBIS / MOENIA MIRACLIS MOENIA TUTA SUIS”.
[144]S. Valtieri, Rinascimento a Viterbo: Bernardo Rossellino, in “L’Architettura”, 17, 1972; al Rossellino si deve in particolare il Palazzo Lunense, a due ordini di colonne in facciata, trabeato in basso, ad archi in alto (cfr. pure Ead., in Il Quattrocento a Viterbo… cit., p. 91).
[145]All’importanza dell’architettura nella pittura di Benozzo è dedicato il volume collettaneo Benozzo e l’architettura, atti del convegno (Firenze 1998), a cura di E. Andreatta, V. Tesi, Firenze 2002.
[146]E. Bentivoglio, S. Valtieri Bentivoglio, Le pitture di Lorenzo da Viterbo… cit., pp. 102-103; C. Strinati, Lorenzo da Viterbo cit., pp. 191 e sgg.; S. Petrocchi, Artisti viterbesi…cit., p. 377.
[147]M. Salmi, Paolo Uccello, Andrea del Castagno, Domenico Veneziano, Spoleto 1938, pp. 82-83.
[148]Ibidem.
[149]M. Meiss, Mortality among Florentine Immortals, in “Art News”, 57, 1959, pp. 26-29, 46-47, 56-57: 56; R. Bartalini, Alesso Baldovinetti, Frammento di figura e finti marmi, scheda in Pittura di luce…cit., p. 168.
[150]E. Bentivoglio, S. Valtieri Bentivoglio, Le pitture di Lorenzo da Viterbo… cit., p. 97.
[151]Sull’influenza donatelliana in Andrea del Castagno cfr. L. Bellosi, Intorno ad Andrea del Castagno, in “Paragone”, 18, 1967, pp. 3-18.
[152]Per i rimandi bibliografici si vedano supra le note 2, 5, 6, 9, 11, 77. Tale congiuntura stilistica mi appare ora meno stringente di quanto non mi sia apparsa in passato (G. de Simone, Melozzo e Roma cit.), ma prendo tuttora in considerazione la possibilità ivi argomentata di un incrocio tra Lorenzo, Mantegna e Cossa a Firenze nel 1466 (il soggiorno mantegnesco è documentato – cfr. G. Agosti, Su Mantegna, Milano 2005, p. 354, nota 178 – quello degli altri due è reso certo in quel giro di anni da stringenti indizi di stile e di committenza – per Cossa si veda C. Cavalca, Francesco del Cossa e Firenze: tre ricami e la pala con l’Annunciazione di Dresda, in “Nuovi studi”, 9/10, 2004/2005, 11, pp. 39-67); ma, ripeto, le assonanze di forbito eloquio curtense tra lo Sposalizio Mazzatosta e certi brani della Camera degli Sposi (1465-74) e del ciclo di Schifanoia (in particolare il mese di Aprile, 1469), enfatizzate soprattutto da Strinati, vanno ricondotte fino a prova contraria anzitutto, se non in toto, a premesse culturali comuni o affini (Piero, Donatello).
[153]Inverificabile purtroppo è l’eventuale rapporto con il perduto Sposalizio della Vergine di Piero della Francesca in S. Ciriaco ad Ancona (R. Longhi, Piero della Francesca… [1927, ed. 1963], p. 111; M. Mazzalupi, Ancona nella metà del Quattrocento: Piero della Francesca, Giorgio da Sebenico, Antonio da Firenze, in Pittori ad Ancona nel Quattrocento, Federico Motta Editore, Milano 2008, pp. 224-228). Sull’iconografia dello Sposalizio si veda in dettaglio infra. Anche nelle storie dipinte in S. Egidio da Andrea del Castagno (Presentazione della Vergine e Dormitio Virginis) Vasari loda i molti ritratti “di naturale”, di cui Lorenzo si ricorderà nella Presentazione della Mazzatosta.
[154]Si confrontino le versioni fiorentine di Giotto (Padova), Taddeo Gaddi (S. Croce), Lorenzo Monaco (S. Trinita), Andrea di Giusto (Prato), Beato Angelico (Prado e Museo di San Marco), Benozzo Gozzoli (Pinacoteca Vaticana), con quelle senesi di Lippo Vanni (S. Leonardo al Lago), Bartolo di Fredi (San Gimignano), Sano di Pietro (Pinacoteca Vaticana; testimoniante l’aspetto dell’affresco perduto di Simone Martini sulla facciata di S. Maria della Scala, cfr. G. Fattorini, La lezione trecentesca e le immagini dell’identità civica, in Da Jacopo della Quercia…cit., pp. 142-147; A. De Marchi, scheda ivi, pp. 170-173).
[155]E. Borsook, The Frescoes at San Leonardo al Lago, in “The Burlington Magazine”, 98, 1956, n. 643, pp. 351-358; E. Carli, Lippo Vanni a San Leonardo al Lago, Firenze 1969; A. Cornice, San Leonardo al Lago. Gli affreschi di Lippo Vanni, in AA. VV., Lecceto e gli eremi agostiniani in terra di Siena, Cinisello Balsamo 1990, pp. 287-308.
[156]Più canonica era la collocazione sull’arcone d’ingresso, come nella cappella degli Scrovegni o già in mosaici siciliani del XII secolo (E. Borsook, The Frescoes…cit., p. 355).
[157]Pietro Lorenzetti eseguì la Natività della Vergine, Ambrogio la Presentazione al Tempio, Simone Martini lo Sposalizio e il Ritorno alla casa dei genitori, cfr. G. Fattorini, La lezione trecentesca…, cit.; A. De Marchi, scheda cit. supra, nota 154.
[158]Un’ulteriore alternativa, meramente congetturale, è chiamare in causa il ciclo, pur’esso perduto, di Storie della Vergine di Pietro Lorenzetti nella Pieve di Arezzo: ma di esso non si conoscono derivazioni puntuali, neanche nel contesto aretino.
[159]L’ascendente senese della pittura viterbese è rappresentato al più alto grado dal pittore papale di Avignone Matteo Giovannetti (E. Castelnuovo, Un pittore italiano alla corte di Avignone: Matteo Giovannetti e la pittura in Provenza nel secolo XIV, Torino 1991); nel secolo successivo si pensi agli orientamenti del tardogotico viterbese (Balletta, Gabriele di Francesco, cfr. I. Faldi, Pittori viterbesi…cit., pp. 19-23 e 138-159) e ai dipinti senesi (Sano di Pietro, Matteo di Giovanni, Benvenuto di Giovanni) in città e nei località vicine (C. Strinati, Schede di altre opere presenti nel Viterbese, in Il Quattrocento a Viterbo, cit., pp. 207-210).
[160]“Piacciavi… havere per raccomandato decto maestro Lorenzo, il quale crediamo harà bisogno dello aiuto et favore v(ost)ro…”, in I. Ammannati Piccolomini, Lettere (1440-1479), a cura di P. Cherubini, Roma 1997, III, n. 681 pp. 1742-43; cfr. pure l’Introduzione, ibidem, I, pp. 148-150 – non è esatto tuttavia quanto è affermato ivi (e ripreso da Petrocchi, Artisti viterbesi…cit., p. 369) circa la presunta scomparsa di Monsindoli: la località, a pochi chilometri da Siena, con splendida veduta della città da sud-est, esiste tuttora, e il nucleo edilizio ivi presente, con annessa chiesetta, anche se purtroppo variamente rifatto e rimaneggiato nei secoli successivi e ancora in anni recenti a uso abitativo, insiste ad evidentiam su una struttura quattrocentesca, plausibilmente identificabile con la villa Ammannati (l’argomento necessita di ulteriori approfondimenti). In un’altra lettera spedita da Roma il 27 gennaio 1474 l’Ammannati rimprovera un non meglio specificato pittore – ma che ben si può supporre trattarsi dello stesso Lorenzo, unico pittore nominato nell’epistolario del cardinale – della ritardata esecuzione di una Madonna, con tono ironico e confidenziale (“…Se per ogni bugia vi chaschasse un dente, è già buon pezzo che vi sarebbe bisognato tornare un citolo de uno mese…”), e insieme tradendo l’alta considerazione della sua arte (“Non siamo mal pagatori, né ancho avari laudatori delle opere vostre… Preghiànvi adomque… farci una cosa excellente, degna di voi et delli ochi nostri… et farémovi in più luoghi honore del vostro ingegno”, ibid., n. 704 pp. 1781-1782). In una epistola successiva inviata nel luglio 1476 al suo segretario Jacopo Gherardi detto il Volterrano lo esorta a seguire i lavori (alla villa di Monsindoli?) di “Marianus faber lignarius” – già nominato in un’altra epistola di poco precedente – alle assi e tegole del soffitto, aggiungendo che “Lignario operante, poterit ex iisdem pontibus pictor depingere” (ibid., n. 855 pp. 2032-2034 e n. 872 pp. 2063-2064): che possa trattarsi di un estremo riferimento al nostro Lorenzo ormai specialista in ‘fregi’?
[161]A. Angelini, scheda in Francesco di Giorgio…[1993]cit., pp. 116-117.
[162]L’accostamento alle Città ideali (Baltimora, Urbino, Berlino) è stato proposto da C. Strinati, Lorenzo da Viterbo cit., pp. 192-194, giungendo quasi a ipotizzare per esse una paternità laurenziana; e ripreso da A. Coliva, Lorenzo da Viterbo…cit., pp. 99-101, secondo cui invece la Presentazione Mazzatosta è prospetticamente meno evoluta. Ulteriori affinità con la cultura urbinate si possono cogliere nelle Tavole Barberini di Fra Carnevale (Presentazione della Vergine al Tempio, Boston, Museum of Fine Arts; Nascita della Vergine, New York, Metropolitan Museum of Art; 1467; il confronto è stato suggerito anche da C. Haas, Beiträge zu Lorenzo da Viterbo, cit., p. 125): esiti consimili al coevo classicismo senese (l’asse Siena-Urbino è notorio e fondamentale nelle vicende artistiche del Quattrocento) nella maturazione omologa delle premesse fiorentine, albertiane e pierfrancescane (cura per la rappresentazione architettonica, esuberanza decorativa e scultorea all’antica); mi limito a citare gli studi più recenti: Fra Carnevale. Un artista rinascimentale da Filippo Lippi a Piero della Francesca, a cura di M. Ceriana-K. Christiansen-E. Daffra-A. De Marchi-A. Di Lorenzo-C. Frosinini, catalogo della mostra (Milano 2004-2005; New York 2005), Milano 2004; Bartolomeo Corradini (Fra’ Carnevale) nella cultura urbinate del XV secolo, a cura di B. Cleri, atti del convegno (Urbino 2002), Sant’Angelo in Vado 2004; e, per la storia architettonica, F. P. Fiore, Siena e Urbino, in Storia dell’architettura italiana. Il Quattrocento, a cura di F. P. Fiore, Milano 1998, pp. 272-313. Giova ribadire che le assonanze urbinati di Lorenzo da Viterbo sono un esempio di parallelismi culturali (come per altri versi le tangenze con l’ambito padano-ferrarese, cfr. supra nota 152), mentre le sue relazioni con Firenze e Siena sono dirette e accertate su base sia stilistica che documentaria.
[163]L. Bellosi, Il ‘vero’ Francesco di Giorgio e l’arte a Siena nella seconda metà del Quattrocento, in Francesco di Giorgio… cit. [1993], pp. 19-89: 39-47; id., schede pp. 106-113. Le tre tavole raffigurano il Miracolo della mula di sant’Antonio da Padova (Benvenuto di Giovanni, Monaco, Alte Pinakothek), la Predica di san Bernardino (Francesco di Giorgio, Liverpool, Walker Art Gallery) e il Miracolo di san Ludovico di Tolosa (Vecchietta, Roma, Pinacoteca Vaticana); l’insieme di cui erano parte era con ogni probabilità l’altare di San Bernardino nella chiesa di San Francesco a Siena. Sugli affreschi di Benvenuto di Giovanni nel Battistero di Siena cfr. M. C. Bandera, Benvenuto di Giovanni, Milano 1999, pp. 23 sgg.
[164]Anche C. Haas, Beiträge zu Lorenzo da Viterbo, cit., p. 82, aveva notato le affinità di formato e incorniciatura con gli affreschi del Pellegrinaio.
[165]Su questa valenza della tavola di Piero cfr. A. Pinelli, Esercizi di metodo…cit., pp. 36-38; il confronto con l’affresco laurenziano era stato accennato da C. Haas, Beiträge zu Lorenzo da Viterbo, cit., pp. 125-126.
[166]Pure inosservata è l’estensione di questo effetto atmosferico alla volta: negli angoli l’azzurro trapunto di stelle cede il passo allo stesso rosato chiarore d’alba appena osservato nella Presentazione, tramutando in realistico e mutevole l’astratto cielo uniforme delle volte con Evangelisti del Trecento e primo Quattrocento.
[167]E. Bentivoglio, S. Valtieri Bentivoglio, Le pitture di Lorenzo da Viterbo… cit., pp. 99-102: “Non è il fragile edificio centrico delle tradizione tardogotica, rappresentato da un Vecchietta, da un Francesco di Giorgio o da un Gozzoli… Lo scatto che neanche Raffaello riuscirà a compiere nel tempio del suo Sposalizio, cioè lo sforzo di passare da un edificio centrico con sedici lati ad un tempio veramente circolare, è compiuto da Lorenzo. Quanto l’edificio di Raffaello è fragile nelle sue pur notevolissime dimensioni, tanto il tempio di Lorenzo è saldo nelle sue colonne che si ergono con una carica di possente capacità statica. La cupola, perfettamente emisferica… è contenuta dall’alta fascia trabeata che si diparte dai tronchi di parasta impostati sui capitelli delle colonne”.
[168]M. Miglio, Cultura umanistica…cit., p. 39; cfr. pure A. Coliva, Lorenzo da Viterbo…cit., pp. 114-115.
[169]M. Miglio, Cultura umanistica…cit., pp. 39-42. A contrasto col fallimento politico (cfr. supra nel testo e nota 97), nei suoi eleganti versi latini De pace et tranquillitate civium ad Viterbienses Perotti cantava come già realizzata – con finzione ottativa – la pace tra i viterbesi: “Nunc amor et pietas nostra dominantur in urbe / Asperitas, odium, murmura, bella ruunt […] Hic dulces fructus, sunt haec spectacula pacis /qualia vix unquam saecula prisca dabant / Vive igitur foelix tellus preclara, Viterbi, / et teneas felices in tua vota deos” (cit. ibidem, p. 41).
[170]A. Venturi, Storia dell’arte italiana…cit. [1913], p. 242.
[171]M. Seidel, Studi sull’iconografia nuziale del Trecento, in Id., Arte italiana del Medioevo e del Rinascimento [ed. orig. 1993], Venezia 2003, vol. 1. Pittura, pp. 409-442: 409-424.
[172]Si veda supra, nota 154. L’Angelico ambientò l’evento davanti ad una chiesa nelle predelle dell’Annunciazione del Prado e dell’Incoronazione della Vergine degli Uffizi (quest’ultima, conservata nel Museo di San Marco, è splendidamente sviluppata a fregio in orizzontale come in S. Egidio e come poi nella Cappella Mazzatosta), in contesti urbani aperti (allusivi alla casa paterna di Maria) nelle predelle delle Annunciazioni di Cortona e di S. Giovanni Valdarno.
[173]Se ne legga la gustosa descrizione longhiana: “tutti ‘i più de Viterbo’ si espongono stipati, senza che un forastiero possa farsi strada o aver luogo tra di essi se non pericolosamente; e, come in tutte le città di provincia, il giovine più elegante è, probabilmente, il rampollo del macellaio; il letterato si acconcia a gomito con il barbiere” (Primizie di Lorenzo…cit., p. 55).
[174]N. Rubinstein, Political ideas in Sienese Palazzo Pubblico, in “Journal of the Warburg and Courtauld Institutes”, 21, 1958, pp. 179-189; C. Frugoni, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, Firenze 1988, pp. 64 e sgg.






