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Home Indice e rubriche Figure Armoniche emozioni 2. Tra presente e passato: Peter Greenaway

Armoniche emozioni 2. Tra presente e passato: Peter Greenaway

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di Andreina Di Brino

Diversamente spettacolari, e diversamente concepite, sono le rivisitazioni sul passato operate da Peter Greenaway, pittore, cineasta, autore tra i più complessi e interessanti del panorama artistico attuale.

L’approccio interdisciplinare delle opere di Greenaway, dove tutte le sfaccettature della cultura artistica convergono, si avvale del contributo tecnologico più avanzato. L’assetto multimediale e digitale che accompagna la sua ultima produzione cinematografica in film come Nightwatching (2007) o nelle installazioni-spettacolo-video-performative come I Figli dell’uranio (Villa Croce, Genova, 2007), dà l’idea di quanta importanza abbia l’avanguardia delle scienze matematiche e informatiche: la computer grafica, la messa a punto di software altamente studiati per la gestione di vari procedimenti creativi e compositivi, gli consentono sempre maggiori aperture, svincolandolo da un’idea di narrazione tradizionale a lui indigesta e soprattutto da un’idea di cinema che ritiene ormai da tempo superata.

Nel 2000 Greenaway dice: «Sono da sempre alla ricerca di qualcosa di più sostanziale della narrazione per tenere insieme il “vocabolario” del cinema. Ho costantemente ricercato, citato e inventato principi organizzatori che riflettessero il passare del tempo con più successo della narrazione, che codificassero il comportamento più in astratto che nella narrazione e adempissero a questi compiti con un a qualche forma di distacco appassionato. Voglio trovare un cinema che offra una panoramica sull’effimero, riconosca prontamente la propria presenza, non sia “manipolativo” sulle emozioni, insidioso e negativo, e che accetti velocemente e consapevolmente la responsabilità dell’inganno dell’illusione»1.

 

Nelle opere multimediali su cui sta lavorando dal 2006, l’ultima delle quali è stata presentata nel corso della 53a. Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia Fare Mondi, Greenaway si può dire che “abbia trovato” quanto fin qui riportato, armonizzando, tra l’altro, tradizione e innovazione.

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Nella cornice del convento benedettino dell’Isola di San Giorgio Maggiore, oggi Fondazione Giorgio Cini, combinazioni matematico-tecnologiche ed estetiche si esaltano a vicenda e viaggiano elegantemente insieme per tessere una nuova-vecchia storia.

Un assaggio c’era già stato, appunto nel 2006, ad Amsterdam con la Ronda di Notte di Rembrandt; due anni dopo, e dopo faticose trattative, a Milano con il Cenacolo di Leonardo ce n’è stato un altro.

Il progetto complessivo si chiama Nine Classical Paintings Revisited e prevede il confronto con 9 capolavori della storia dell’arte, classica e moderna, occidentale. Oltre alle opere citate sono previste: Guernica di Pablo Ricasso, Una domenica pomeriggio sull'isola della Grande-Jatte di Georges Seurat, Le Ninfee di Claude Monet, Las Meninas di Velasquez, Il Giudizio Universale di Michelangelo e One: Number 31 di Jackson Pollock.

Per tutte queste opere l’inizio coincide con l’acquisizione digitale: il rendering dell’opera.

A Venezia si parte da una copia in scala 1:1 iperfedele. In questo caso è il frutto di 2700 scatti ad altissima definizione stampati su tela di lino, in sezioni di 100 x 180 cm. È il duplicato delle Nozze di Cana, di Paolo Veronese, arrivato nella città lagunare nel 2007. L’artefice di tale “magnificenza”, realizzata in collaborazione con Adam Lowe/Factum Arte, Madrid, all’interno del Progetto Change Performing Arts, è Adam Lowe, tra i più grandi esperti nella «ricostruzione e riproduzione di opere d’arte». L’originale, che si trovava nel refettorio palladiano del monastero – il duplicato è stato collocato al suo posto – è uno dei tanti risarcimenti delle spese di guerra subite (!) da Napoleone nel 1797 durante la campagna d’Italia: rubato, è stato fatto a pezzi perché un affare di circa 10 x 7 m., sarebbe stato molto difficile portarlo via di sottecchi, portato e ricomposto in Francia dove tuttora è visibile (al Louvre).

Il dipinto è una grande scena teatrale in cui già Veronese usa inganni e trucchi ottici. La storia del miracolo della trasformazione dell’acqua in vino durante un banchetto di nozze, ambientata secondo i Vangeli nel 31-33 d.C. in Giudea, è da Veronese tradotta in chiave a lui contemporanea. L’ambientazione è immaginaria e calata in un’atmosfera veneziana dove tutto, dai costumi, ai colori, alle architetture richiama l’epoca del Veronese agli aspetti più laici. Nel quadro è stato messo in scena un campionario di personaggi fatto di mercanti, servi, buffoni, nobili aristocratici, che gesticolano e indicano. Alcuni di questi hanno la bocca aperta e sono intenti a mangiare o a parlare, altri sono in movimento, davanti e dietro le quinte architettoniche, altri ancora sono presi nelle faccende cerimoniali. E in tutto questo caos non mancano cani, gatti e uccelli che svolazzano nel cielo, anch’esso in movimento. Un mondo più consumista che evangelico.

Peter Greenaway asseconda Veronese e dà movimento a questa affollatissima e festosa confusione dando voce al chiacchiericcio, attraverso la messa in scena di 40 dialoghi, e vita al pullulare di suoni e rumori in momentanea quiete.

Per farlo, oltre al rendering, durato ben quattro mesi a causa della complessità dell’opera (ricca di migliaia di sfumature di colori, di sovrapposizioni geometriche e ben sette punti di fuga), mette in gioco un software per la gestione della grafica 3D e dell’illuminazione ed un altro per il compositing finale.

È qui che ci si addentra nell’effettistica. Attraverso i layer, vocabolo noto a chi usa programmi di grafica e animazione una sorta di lucidi trasparenti che hanno vita indipendente e possono essere sovrapposti ad una “risultatante” audiovisiva senza compromettere il lavoro sottostante – si possono creare effetti di movimento e sistemare l’assetto compositivo con la possibilità di intervenire, grazie ai keyframe, anche su ogni singolo fotogramma. Una volta finito il lavoro di compositing si trasferisce tutto sul piano della proiezione: il ciclo si chiude e le due immagini, quella di sintesi effettata e il duplicato, diventano una cosa sola. È così che viene messa in moto la macchina multimediale, si trascendono i confini spazio-temporali del quadro e lo si anima.

Nelle Nozze di Cana di Greenaway, il sistema di illuminazione e l’animazione 3D messe a punto appositamente, scompongono e ricompongono l’opera; modificano i connotati colorimetrici e le atmosfere; danno luogo a lampi di luce che disegnano perimetri e traghettano il tempo dal giorno alla notte, da condizioni serene a situazioni lugubri e inquietanti; spostano i punti di vista; danno volume alla dimensione prospettica e mettono in risalto, in forma quasi scultorea, ben 126 personaggi, che sono anche numerati per essere meglio individuati nel momento in cui viene data loro voce. Prima in veneziano e poi in inglese - un dialetto veneziano e una lingua inglese, strizzando l’occhio a Veronese, contemporanei!

«Straordinaria l’idea poetica di trasformare l’immagine in suono, vaporizzare la pittura trasformandola in un flatus vocis. Greenaway ha intuito nel dipinto 40 conversazioni presentate al nostro ascolto […] In tal modo sembra che, spostando l’identità dell’opera dal visivo al sonoro, abbia avuto la capacità di conservare l’idea di Veronese che è quella dell’arte di fondare sempre un non-luogo»2.

Il religioso silenzio del refettorio si interrompe ogni volta per 50 minuti: il tempo che il suono in tutte le sue forme lo attraversi, che l’immagine dal centro della composizione si smaterializzi e ricomponga sulle pareti come singola figura e dettaglio e sincronicamente, e simultaneamente, avvenga l’incontro tra i misteri dell’arte.



1. P. Greenaway, Come costruire un film, in L. Emmer (a cura di), Matematica e cultura 2000, Springer-Verlag Italia, Milano 2000, p. 159.

2. A. Bonito Oliva, depliant della mostra.

 
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